Il tempo della sconfitta

We stare straight ahead and try so hard to stay right
Like the red rose of summer that blooms in the day.

È vero che non controlliamo niente

e che non riusciamo a raddrizzare la curva della vita

in particolare di quelli che ci stanno a cuore

o che avrebbero meritato di meglio.

È vero che moriamo tutti

e che muoiono di più e prima

coloro che dovrebbero essere eterni

perché di loro finanche l’ultimo centimetro quadrato di questo mondo

ha bisogno

e perché lo richiederebbe la Giustizia

se esistesse davvero

e non fosse un vessillo con cui armarci il cuore

mentre coloro che spargono allegramente semi del male

mitragliate a raffica senza posa

e si appigliano come spider men ai grattacieli

a tutte le maniglie importanti

quelle che aprono valanghe di orrori camuffati di stracci

eterni sono

o così appare il loro male,

veleno che serpeggia e ammala e addolora.

È vero che abbiamo desiderato la morte di alcuni

per futili motivi personali

ma anche l’amore di qualcun altro

per gli stessi stupidi motivi

così strettamente universali.

Ma è pur vero che non ci arrendiamo

e su questo treno sconnesso rimaniamo

guardando avanti e dritto mentre le vetture sobbalzano

sotto i nostri piedi

e qui rimaniamo, sobbalzando con loro

sapendo che ogni volta che tireremo fuori la mano dal finestrino

per prendere ancora di quel frutto dolce

la felicità

che finché c’è appare il vero senso della vita

– l’amore, l’amore

l’albero a cui tendevi

e di cui non poche volte abbiamo assaporato

l’ebbrezza, la perfezione, la necessità –

qualcuno ci verrà a strappare via il frutto

o la mano

o a sigillarci il finestrino

perché…

Perché non si sa

o non si osa dire.

Così è.

Eppur le mani,

pargolette,

quelle no.

Pur in tanto subbuglio

come rose rosse nella notte

non smetteranno, no

di tratteggiare una sconfitta, sì

ma mai una resa.

Se succederà qualcosa sarà colpa dei silenti. Se Bonaventura arriverà in ritardo con l’appuntamento dei riscontri dovuti o se dovrò perderci la testa dietro a questa paura.
Ditemi che rischio e mi difendete o che il pentito è un bugiardo: il resto è per i ciarlatani.
Non mi interessa essere un eroe, mi interessa riconoscere uno Stato organizzato, non solo organizzata la criminalità. E’ troppo?
Per me, i miei famigliari e i miei figli è il minimo indispensabile. “Agibilità sociale”, direi, se serve un buon titolo per i giornali.

(Giulio Cavalli) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/basta-parole-ora-salvatemi/2213811

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Adioses

 

Giornata di saluti.

Me ne sono tornata a casa ricolma di parole

di sguardi, di abbracci

eppure tornando a casa ne avevo ancora da dare

e mi sembrava che come al solito non ero stata pronta

a dire tutto e per tempo ciò che era tempo di dire.

E come in treno seduta contro senso

osservo ciò che passa ed è passato

perdo l’attimo e lo guardo passare

e corre e sfugge

e io non lo so pigliare

in mano un pugno di emozioni

di desideri da archiviare.

 

Oggetti

Sonnecchiando nel treno del ritorno

senza riuscire a farlo del tutto

arrovellata su groppi di pensieri

ruvide lische tra le dita

mettevo in pratica la mia scappatoia da troppo presente

-troppo treno, troppe fermate, troppa fame, troppo sonno-

visualizzando il primo futuro gradevole a portata di mano:

aprire la porta di casa.

Casa in penombra

visibilmente segnata dal trambusto

del treno preso presto al mattino

oggetti sparsi, fuori posto

eppure in mia attesa.

Il valore evocativo degli oggetti.

Essi parlano del presente del passato e del futuro

con una sintesi fulminante

che coniuga la componente affettiva con quella strumentale.

In assenza del proprietario

gli oggetti cessano di essere tali

divengono aggettivi,

parole anima

attributo dell’assente.

Gli occhiali spenti, in bilico su carte sparpagliate

la bici immusonita nell’angolo del balcone

la scatola di aghi e cotoni, dormiente nel cassetto del comò

il libro stropicciato di Delfini sotto quello corposo di Richler

impilati e asfissiati

sotto la Nivea, sul comodino

il filo aggrovigliato dell’auricolare

che occhieggia chissà da quale destino.

Tutti parlano di noi in nostra assenza

e appena apriamo la porta ammutoliscono

e smettono

di fare compagnia.

Mal d’aprile

I’m building a stone wall I hope will protect me
Battling gunshots, these thoughts of rejecting
When everything falls so softly before me
You come, pull in, touch down then destroy me
(Evening Hymns – Broken rifle)

 

Il freddo il grigiore la pioggia la corsa verso il treno la corsa dal treno

la corsa tra le cose da fare da chiedere le frasi da inventare

le scadenze da programmare il lavoro da correggere il lavoro da preparare

le cose da ricordare le mille cose che mi dimentico

la testa che si svuota mentre parlo chi si accorge del vento

che si porta via tutto mentre parlo e dico e faccio

come se niente fosse e mi toglie d’impaccio.

Un pezzettino di carta di puro chiffon

una briciola di sole una goccia di colore

uno sguardo soffice una mano una penna un cassetto

una vicinanza cinque minuti quotidiani di conforto

un luogo una relazione

lo splendore la bellezza l’amore

come un soffione al vento di aprile

è volato nel paese delle memorie fiorite.

Febbraio

«Sì che amo l’inverno e febbraio noce di ghiaccio, amo le nevi quando il vento le stacca a fagottini dai rami degli abeti e le congiunge a neve con la bussata di un bacio, amo febbraio che rosicchia luce al sole, lo trattiene di più giorno su giorno, amo febbraio che risale l’orizzonte, amo il pettirosso che è resistito senza migrare a sud, amo il mandorlo che apre il fiore bianco di pupilla e lo sparge sull’erba scolorita della brina, amo la vita che continua senza di me, amo l’onda che passa a scavalcarmi, amo, spingo sul verbo amare, buttami fuori dalla parte sporca, sono pronto, non ho urina né feci, sono peso sgocciolato, al nudo, al netto, scaricato di colpe. Morirsene, credo, non è una condanna, morire è essere assolti. Con tutta l’ira della febbre io amo, amo il cuscino zuppo del mio dolore, amo la zanzariera che imbozzola il mio corpo di larva, amo, amo».
Erri de Luca, Il contrario di uno

But my blue eyes cannot see that their real hue is probably green

E una mattina come le altre

ieri

prima dell’alba

non è più uguale alla mattina precedente.

Il vento del nord ha appena smesso di portare nuvole e di strapazzarle

e il cielo è pulito e lindo

silenzioso come sempre

eppure completamente nuovo

acceso

come se da sotto un mantello nero qualcuno avesse finalmente tirato fuori la palla celeste

et voilà, l’avesse resa visibile anche al popolo dei pendolari,

signore e signori, eccovi di nuovo

IL CIELO!

Il ritorno improvviso della luce dopo la notte

per me è una sorpresa sempre

del contrario, invece, non me ne accorgo mai

di come la notte inghiotta i miei passi sul selciato mattina dopo mattina.

Alla notte ci faccio l’abitudine subito e sorrido alle stelle quando le scorgo appena fuori dal portone

e mi sembra che quello sguardo a scorgere nel buio duri un’eternità di mattine

e che per un’eternità di mattine io sorrida con la bocca storta a quella notte che si attarda;

alla luce quando per gli altri è notte, invece, non mi ci abituo

e per settimane, lo so, rimarrò col naso all’insù a sorprendermene,

sgambettando verso il mio treno

e sorriderò ancora pensando sì alla meraviglia di essere viva

e di poter assistere ancora una volta a quel miracolo.

Benvenuti nel mondo dei vivi

mi urlava il mondo rutilante dell’ipermercato ieri sera

ma io non ci credevo e come sempre avevo fretta di andarmene.

Non è quello essere vivi

è questo,

è camminare da soli prima del giorno ed accorgersi in silenzio 

in quel mondo intatto e perfetto prima che le ore lo scuotano senza posa

che il cielo in silenzio sta parlando

sta dicendo che la stagione sta per cambiare

e se i nostri orecchi ne fossero capaci

sentiremmo il fragore sotto i nostri piedi

della terra che prepara i suoi primi germogli

anzi, da qualche parte, essi sono già spuntati.

Essere vivi è anche essere felici

per questi piccoli e forse irrilevanti dettagli.

Visto

…no puedo ver lo que no elijo…
el pasado
congelado
vuelvo a ver
nada se mueve…
¿dónde estarán
los que se fueron?
¿quién soy yo sin ellos cerca?
algún lugar en mí
lo está diciendo…
sólo yo me río
del cielo gris color intenso
hojas amarillas
caen a mis pies
algún lugar en mí
lo está diciendo…
despertaré mañana
con amor
estoy tan cerca
como siempre lejos. (Rosal)

Oggi pomeriggio tornavo con i lampi nei pensieri

e invece mi sono addormentata

e in quel modo lì, accanito quasi violento

con la testa che ciondola ad un certo punto

e per un micro secondo ti svegli e ti rendi conto di dormire

e appena te ne rendi conto ripiombi nel sonno 

e poi di nuovo, con la testa che fa giù e su per un pò

e tu aggrappata a quei minuti di coscienza alternata.

Cabezada

2 Movimiento brusco de la cabeza hacia abajo; particularmente, el que hace una persona que se queda *dormida sin tener la cabeza apoyada.

Mi son definitivamente svegliata

ormai alle porte della città

in tempo per vederlo

un alberello tra gli ulivi

i primi fiori rosa

di fine inverno.

Ci ripensavo adesso,

ci ripensavo dopo aver sentito in tv

tra tante notizie da paese totalmente imbarbarito

quella di una morte senza violenze

quella che racconta lo sfortunato epilogo di una passeggiata in riva al mare

quella che riguarda una macchina cascata giù nell’acqua

e dentro una coppia di anziani.