Olivares

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Cosa si può fare davanti all’ingiustizia di una tale morte?

Tacere, piegarsi docili

sotto i colpi di una fatalità che di tanto in tanto viene a pettinarci le creste,

credere nella chiarezza della giustizia umana

senza acrimonia.

E infine, e per sempre, far vivere ciascuno il proprio defunto

accendendone il ricordo

non una semplice lampada votiva

non un altare da incensare

ma un carretto da portare

talvolta in spalla

in tutti i luoghi che si andrà a visitare.

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Interno

You make a list of all your big regrets
You share with people that you never met (S. Wilson)

Il mio corpo mi pianta in asso

io lo trascino per la manica e ci soffio dentro

progetto e scrivo e immagino e schiaccio l’acceleratore

il foulard vola io veleggio, fino ad arrivare in fondo.

Non in fondo alle sere dove la gente urla per un pallone

non in fondo alle mattine dove non va bene nulla di ciò che dico

non in fondo alle giornate spese a mangiarti e rimangiarti

come se non ti conoscessi e avessi odiato affatto

non in fondo alle notti dove mi aspetta uno schermo vuoto e acceso

come un lampione distratto

ma in fondo alle cose fatte bene

quelle che si trovano, chiocce e mute,

alla fine di tutti i mesi.

Forse desidero uno di quei dolori profondi e privati

quelle cerniere che ti aprono dalla testa ai piedi

ma che presto e facili si chiudono

e tutto chiudi fuori

treni e finestrini e bambini e pianti e morti

uno di quei dolori quei vuoti che fanno compagnia più che male

come un abbraccio sulla testa che fa tacere i muri e il cortile e la strada

come immergersi nel mare silenzioso e placido del tramonto

e godere lì sotto del torpore e della fiacchezza

del refrigerio avvolgente dal gorgo di afa spietata.

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Quale settembre

Abbandonare la vicinanza del cielo e della terra

del legno, dell’acqua, della roccia.

La libertà di essere dentro la natura.

La percezione di essere io la natura

una pietra molle pensante e inquieta

un tempo ubicata sotto i mari,

in cima alle montagne,

prima che vi emergessero.

Girare la pagina delle foto e tuffarsi nelle cose che costano fatica,

quella fatica dove alla fine non c’è la carezza del vento,

la vertigine del panorama, la frescura del bosco e dell’acqua cristallina.

Riabituarsi alla polvere e al cemento

come se vi si fosse nati,

come un luogo a cui si fosse predestinati

senza appello.

E ripetersi che non è così.

E avere pur davanti polvere fatica cemento ferraglia,

marciapiedi su cui marciare senza posa

e treni su

e treni giù.

Eppure questo settembre è diverso da tutti.

E’ il settembre dell’assunzione

del lavoro con tanti diritti in meno di un tempo

e tanti doveri in più di un tempo.

Ma è il settembre del lavoro,

finalmente senza scadenze.

E’ il settembre della gratitudine.

E’ il settembre della svolta

del giro di boa

del non sentirsi più fuori

pur essendo comunque l’ultima della fila,

ripescata al volo dal fluire incomprensibile della vita,

un pesce fuor d’acqua, in fin dei conti,

che adesso deve imparare a respirare l’aria.

Il settembre dell’allora anch’io.

Il settembre del salto.

Il settembre della felicità e della paura insieme.

Paura che la felicità non duri e già non dura

è tutta paura,

paura di quando il vetro si appannerà

e chi si specchierà dentro sarò sempre io.

Gru e operai

Esta sala de espera sin esperanza,
estas pilas de un timbre que se secó,
este helado de fresa de la venganza,
esta empresa de mudanzas
con los muebles del amor.
Esta campana muda en el campanario,
esta mitad partida por por la mitad,
estos besos de Judas, este calvario,
este look de presidiario,
esta cura de humildad.
Este cambio de acera de tus caderas,
estas ganas de nada, menos de tí,
este arrabal sin grillos en primavera,
ni espaldas con cremallera,
ni anillos de presumir.
Esta casita de muñecas de alcoba,
este racimo de pétalos de sal,
este huracán sin ojo que lo gobierne,
este jueves, este viernes,
y el miércoles que vendrá.

No abuses de mi inspiración,
no acuses a mi corazón
tan maltrecho y ajado
que está cerrado por derribo.
Por las arrugas de mi voz
se filtra la desolación
de saber que estos son
los últimos versos que te escribo,
para decir “con Dios” a los dos
nos sobran los motivos.

Este museo de arcángeles disecados,
este perro andaluz sin domesticar,
este trono de príncipe destronado,
esta espina de pescado,
esta ruina de Don Juan.
Esta lágrima de hombre de las cavernas,
esta horma del zapato de Barba Azul,
que poco rato dura la vida eterna
por el túnel de tus piernas,
entre Córdoba y Maipú.
Esta guitarra cínica y dolorida,
con su terco knock knockin’on heaven’s door,
estos labios que saben a despedida,
a vinagre en las heridas,
a pañuelo de estación.
Este ladrón atrapado en tus dudas,
la rueca de Penélope en Luna Park,
estos dedos que sueñan que te desnudan,
esta caracola viuda,
sin la pianola de mar. (Joaquín Sabina – Nos sobran los motivos)

Gli operai lottano, vanno sulle gru

minacciano di buttarcisi giù

e la tv e i giornali gli danno voce

e la sofferenza estrema alla fine trova soluzione.

Vengon fuori i compratori

acquattati nel loro dubbio mentre la gente vive quotidiane certezze di precarietà.

Dopo un altro anno di lavoro duro

un anno di reclusione

un anno di viaggi cominciati prima del sole

la pelle trema al pensiero del nulla.

Dov’è la gru a cui posso appendermi

prima di non poter pagare l’affitto

prima di sprofondare per sempre nell’oblio di queste graduatorie

che regolano la mia vita lavorativa

la mia vita, tout court.

Dove sono i compratori di questa scuola pubblica senza senso?

Mi vien voglia di depennarmi da sola da questa lista viziata dall’ingiustizia

stilata da amministratori che non sanno cosa significa lavorare nella scuola

e non sanno equiparare, e non sanno distinguere.

In questi anni di lavoro duro mi son sentita un’operaio

niente di più,

ma certo molto molto di meno,

niente gru, niente tv, niente casse integrazioni, niente mobilità

niente acquirenti a salvarmi.

Gambe

I want to hold the hand inside you
I want to take a breath that’s true
I look to you and I see nothing

(Mazzy Star)

 

Uso le gambe,

corro,

all’alba, con la pioggia o a mezzogiorno.

In perpetuo ritardo, mio malgrado,

gioco con il tempo

per raggiungerlo

per esserci

quando la lancetta scatta

e lui, fermo, cammina

mai si stanca.

Le distanze mi si fanno immense

gli stivali pesano come catene

l’ombrello è un ingombrante paracadute.

Stamattina mi sono seduta nel treno sbagliato

quando la settimana di corse volge al termine

può capitare anche questo.

Tuttavia per molti il venerdì deve rappresentare un giorno di giubilo,

tanto che, puntuale, al treno delle 7,15 del mattino

si presenta una voce

uguale ogni settimana

proviene chissà da quale lavoratore delle Ferrovie

che ripete come un distributore automatico la parola magica:

Venerdì,

o magari è solo una voce, senza una bocca, senza un corpo

vaga nell’aria intangibile a rincuorare gli animi:

Venerdì.

Proferito senza allegria

con un lieve accento di stanchezza

come un sospiro

come a dire “ehi, ci siamo”

“ricordati che è venerdì”.

Pianos

 

Il mio primo giorno di scuola è cominciato alle 5,10 del mattino,

anche se mattino ancora non era

e l’aria era fresca e foriera di pioggia.

L’autunno ieri ha bussato alle porte

di tre lunghi mesi di estate asciutta,

le ha sfondate

ha scaricato ettolitri ed elettroliti di pioggia.

Tuttavia, nonostante l’ora e il buio fuori

mi sentivo pronta ad affrontare la giornata,

il viaggio in treno,

il tran-tran casa stazione e stazione scuola,

e soprattutto ero curiosa e desiderosa, come ogni vigilia di anno scolastico,

di vedere le facce dei miei nuovi alunni.

Sempre nuovi, ogni anno,

eppure sempre uguali.

Tra la mia alba personale e questo agognato incontro

sono passate quasi quattro ore

solo un’ora in più rispetto al previsto, ma è stata un’ora intensa

colma di interrogativi e di mal di piedi,

a causa di un evento che credo si sia verificato apposta per me.

Sennò qualcuno mi spieghi perchè giusto stamattina,

giusto poco prima della partenza del mio treno,

poche centinaia di metri più a nord,

ha ceduto una condotta idrica allagando la massicciata

e bloccando tutti i treni da e verso nord.

La direzione verso la quale ero diretta.

Poi l’incontro,

avvenuto grazie all’uso di un’altra stazione e di altri binari,

ha cancellato tutte le sofferenze mattutine.

Ancora una volta, i ragazzi sono belli,

belli come la loro gioventù, le loro risa, i loro occhi curiosi

i loro sguardi timidi e rivolti verso l’alto a cercare risposte.

Nessuna condotta idrica poteva rovinare questa giornata

nè le prossime, a breve, in cui si celebreranno altri primi incontri.

E’ cominciato il concerto

loro, la tastiera,

io, le mani.