Altrove

Why sing about death
When I just almost died
Why sing about life
When I’m still alive
Why sing about God
When she don’t exist
Why sing about love
If it’s just a twist
Why hope for good news
When it just strings you alone
Why hope for the best
When the worst just makes you strong
Makes you strong
Oh, it makes you strong
It makes you strong
Why long for the east coast
When you’re on the west
Why long for peace
While I beat my chest
Why long for fame
When it’s tried and it’s grotesque
Why long for home
When there’s none of it left
Why hope for the past
When you’re outside of time
Why hope for salvation
When you’re still in your prime
You’re in your prime
Oh, you’re in your prime
Yeah, you’re in your prime
Why sing about the dark
Sing about the light
When you know you’re never gone
Never leave your sight
Why sing about your sorrows
Song to a start
Why sing about your solitude
You were never really alone
Why sing about the questions
Questions that you have
No matter the answer
You’re always gonna ask

(Will Stratton)

 

Altrove le carezze, altrove le certezze

davanti alla muta assenza ci parlano di speranze

di attese, di credenze

mentre io sto ancora imparando

a non distogliere lo sguardo quando mi guardi

perché l’ho disimparato a furia di dimenticarti.

Mordendo e fuggendo

voglio vivere e vivere

da sola e nel mezzo

dentro un furioso fermento

accelerata e  fiacca

tum tum tum

un contapassi fallito

che più nè mi accompagna.

 

Io non ho paura

One year just turned into five
Night came and then it was gone
How did you get so strong

Dicono di me.

Il mio alunno figo, cappellino, sguardo ammaliatore, mille ragazze che stridono intorno, zero voglia di studiare.

Dice di me. Che io sono un boss

“sì, uno di quelli napoletani”, sì perché io, “lei prof, non ha paura di niente”.

Vuoi dire che non ho paura di metterti in riga, piccolo moccioso, e di non farti passare niente.

No, non ho paura. È vero. Ho imparato a non averne, a gridare più forte e a non fare finta di niente. O almeno, più forte dell’arsura che mi secca le vene è il rigore e la ragione che mi regge in piedi, come un palo infilzato nella schiena, io non mi piego al non vedere, al non prendere posizione, anche quando tutto trema e sfugge e voglio scapparmene via. Io devo essere la Legge, la Verità, non per me ma per i piccoli, smarriti senz’altro più di me.

Io non ho paura perché sono nel giusto. E il giusto è una stretta linea rossa, infestata di mine, salta in aria tutto ad ogni passo; bisogna imparare a saltellare come giocando alla campana o a farsi fare a pezzi senza dargliela vinta. Mai dargliela vinta, mai abbassare lo sguardo, mai arrendersi alla sconfitta. Dentro un puzzle di vetri ma fuori uno specchio luminescente.

Le regole esistono ed io sono stata investita da uno stupido spirito istituzionale – di cui il Ministero stesso se ne fotte – ma che io rispetto alla lettera. Le regole. E non ho paura del piccolo maleducato nè di affrontare suo padre che viene a chiedermi conto dell’ammonizione scritta; io lì, io che non ho paura, io col fiatone, con la tremarella, io che penso di aver sbagliato qualcosa, io invece ingoio il mio fiato e gli spiffero in faccia che io difendo la Scuola e il mio piccolo ruolo. Perché nella mia classe la Scuola c’è. Noi facciamo lo stesso lavoro, caro papino, aiutami invece di regalare cellulari da 600 euro.

Io non ho paura, no. E a costo di non averne, tremando e soffrendo, e buttando il cuore oltre il muretto della disfatta, sono pronta a rialzarmi come se nulla fosse, nemmeno mi scuoto la polvere dalle ginocchia, nemmeno mi asciugo i graffi e le ferite. Guardo diritto, come se avessi la vittoria in pugno e invece ho soltanto sudore, la paura mi innerva le gambe eppure mi eleva. Che mica sono i tacchi.

Tuo, mio

Don’t look at the moon tonight

Nostre sono per sempre

le persone che mai ci sono appartenute

quelle con cui non abbiamo condiviso

promesse di amore o di guerra

ore di sguardi

centimetri del nostro corpo

un bicchiere di vino o di birra.

Nostre per sempre

le persone che abbiamo amato così tanto

da non rivolgere loro mai una parola

né quasi uno sguardo

soltanto frasi a scoppio ritardato

dette pensate troppo tardi

o troppo presto

quando tutto non è ancora cominciato.

New three little boys

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Il tuo sguardo sprovvisto di qualsiasi intenzione

ti restituisce un territorio molto vicino a te

quello ideale quello che chissà ha avuto inizio nella tua infanzia

in qualche momento in quel passato remoto un interruttore

ha fatto clic

mentre impastavi furiosamente la terra raccolta nei giardini pubblici

in un cortile cementato

e di fronte a quell’odore intenso

a quella consistenza granulosa

provavi l’irresistibile voglia di mangiarla

leccandoti le dita

come fosse cioccolata.

Mal d’aprile

I’m building a stone wall I hope will protect me
Battling gunshots, these thoughts of rejecting
When everything falls so softly before me
You come, pull in, touch down then destroy me
(Evening Hymns – Broken rifle)

 

Il freddo il grigiore la pioggia la corsa verso il treno la corsa dal treno

la corsa tra le cose da fare da chiedere le frasi da inventare

le scadenze da programmare il lavoro da correggere il lavoro da preparare

le cose da ricordare le mille cose che mi dimentico

la testa che si svuota mentre parlo chi si accorge del vento

che si porta via tutto mentre parlo e dico e faccio

come se niente fosse e mi toglie d’impaccio.

Un pezzettino di carta di puro chiffon

una briciola di sole una goccia di colore

uno sguardo soffice una mano una penna un cassetto

una vicinanza cinque minuti quotidiani di conforto

un luogo una relazione

lo splendore la bellezza l’amore

come un soffione al vento di aprile

è volato nel paese delle memorie fiorite.