Olivares

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Cosa si può fare davanti all’ingiustizia di una tale morte?

Tacere, piegarsi docili

sotto i colpi di una fatalità che di tanto in tanto viene a pettinarci le creste,

credere nella chiarezza della giustizia umana

senza acrimonia.

E infine, e per sempre, far vivere ciascuno il proprio defunto

accendendone il ricordo

non una semplice lampada votiva

non un altare da incensare

ma un carretto da portare

talvolta in spalla

in tutti i luoghi che si andrà a visitare.

Antonello

Ho passato un giorno intero a non lasciarlo andare

non lasciar cadere il ricordo

non lasciare che schizzasse tutta l’acqua intorno.

Ma il tuo viso il tuo modo di parlare

i tuoi occhi le tue risate

pomeriggi di brevi incontri luci di compleanni

oscurità di concerti di film e di viaggi notturni

sono qui

schegge, ricordi

annodano tremanti

e trafiggono incendiano

le mie mani assenti.

Stesse menti

 

Le mie notti come tasche zeppe di ferri

tasche da meccanico

che ha cose da sistemare

testate di motore spalancate

il cofano intorno

come una gonna a ruota.

Mi infilo in tasca ogni sera un nuovo attrezzo

altrui

tutto il mondo nel mio letto

tutto il mio letto sopraffatto dal mondo

poi al mattino, con zelo, cerco di disporre le pedine

distendere le storture

gambe figli nipoti mamme occhi vuoti schiene

una corrente continua

e pur accetto senza proferir parola

inciampando in un ricordo

la resa

il punto fermo

lo schiaffo del selciato.

Cercandoti

 

Il pendolo appeso al diaframma

su e giù come un elastico

non mi lascia respirare

immoto e muto

come un gatto in agguato

teso e raggomitolato.

Scartabello i miei pensieri

e lì ti ritrovo

un sapore inconfondibilmente amaro

amato

appiccicato

come un ricordo

un postit al frigo

un magnete impolverato

eppure un sapore

sei.

Non lo posso descrivere

solo sentire o pensare o forse ricordare

non sulla lingua nè sul palato

ma al centro

di circonferenze

mille cerchi che mi cercano

che mi ottundono psichedelicamente

marcano il prima e l’adesso,

me.

 

Non mi svegliate

Credo di essere riuscita a non lasciarmi svegliare mai

mi sono rotolati addosso lustri interi

e io, sagoma di polietilene

bambola d’acqua.

Ma adesso parole e pensieri

corsi e urlati

trattenuti e studiati

hanno preso a sostare e a scavare,

limano e tracciano

vertigini sconosciute

e i cavalli del ricordo

sfilacciati dal tempo e dal freddo

battono alla mia porta

e trovano

nient’altro che un luccicante campo arato.

Stock Exchange

C’era tutto un programma futuro che

non abbiamo avverato (I. Fossati)

 

C’è qualcosa che possa offrire a questa vita affamata

perché smetta di prendere e cominci a lasciarmi qualcosa?

Non ho che una manciata di giorni di pura felicità

pensieri all’unisono

scambi di sguardi e di files,

brucianti di desideri platonici

ho consumato notti intere appagata dal loro ricordo

mandato all’infinito in onda nella testa

in un’esplosione di forse chissà ma.

Tutto è perfetto qui dentro di me

poi tutto si ghiaccia al contatto con le mie parole

e le tue

prendo il sacco con le mie speranze

e lo spedisco dritto giù

in fondo al mare

un relitto

un galeone colmo di monete d’oro

pasto per le sirene.

Sera

Comprato burrocacao rosa,

mi piaceva tanto ma l’avevo subito perso.

Spruzzato profumo che mi piaceva

avevo il campioncino vuoto per ricordarmi che mi era piaciuto.

Poi un giorno l’ho buttato.

Oggi odorando me lo sono ricordato, l’ho riconosciuto

ce l’avevo ancora da qualche parte in mezzo al cervello.

Spruzzato sulla mano destra, sulla manica destra.

Spruzzato sul cartoncino.

Me lo tengo sul naso mentre cammino nella sera.

Non c’è che la sera, nient’altro che sera.

E questi passi stanchi sui miei passi stanchi.

Sempre quelli.