In ogni luogo

To lead a better life I need my love to be here

 

Il mio attimo presente  è come questo panettone assaltato di sera tardi

sbocconcellato e poi divorato

fino a che mi si strangola tra le costole e mi obbliga a restare sveglia

ancora una notte, ancora

ad aspettare la prossima notte

il prossimo, il mio migliore attimo presente

come un prigioniero che spia le ombre fuori dalle proprie sbarre

le guarda rattrappirsi e allungarsi come un abile ginnasta

flessioni e giochi di carte

e tutto ciò che è immobile sembra muoversi

i ghigni dei soliti fuochisti mi rintronano a morsi

mentre aspetto

la prossima notte ancora

e il mio migliore futuro imperfetto.

 

 

 

 

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La solitudine dei superstiti

CUCCHI: SORELLA, NON MI ARRENDO, GIUSTIZIA INGIUSTA

 

 

Sopravvivere è forse a volte più dura che morire.

Sono qui,

superstite di indicibile perdita

strappatami a morsi da nomi e cognomi,

questuando giustizia

e ammissione di fatti

sepolti per sempre

negli abissi del cuore umano.

C’è una folla di saggi

e di presidenti

e di deputati

e finanche di difensori della giustizia

e c’è la televisione

e tante persone per bene

e sono pure dalla mia parte

eppure sola sono e sola mi sento

perché mi manca la parte più importante

sola sono e sola mi sento

senza una carezza di consolazione nelle mani

senza una parola da pronunciare ad alta voce

e da lanciare al cielo

per dire: hai ragione,

una parola da lanciare al cielo

per alleggerire le mie mani annodate

da questo presente infinito

archiviato

nello stesso incartamento incartapecorito

di tanto e cotanto passato.

 

Dedicato a Ilaria e Stefano Cucchi.

 

Oggetti

Sonnecchiando nel treno del ritorno

senza riuscire a farlo del tutto

arrovellata su groppi di pensieri

ruvide lische tra le dita

mettevo in pratica la mia scappatoia da troppo presente

-troppo treno, troppe fermate, troppa fame, troppo sonno-

visualizzando il primo futuro gradevole a portata di mano:

aprire la porta di casa.

Casa in penombra

visibilmente segnata dal trambusto

del treno preso presto al mattino

oggetti sparsi, fuori posto

eppure in mia attesa.

Il valore evocativo degli oggetti.

Essi parlano del presente del passato e del futuro

con una sintesi fulminante

che coniuga la componente affettiva con quella strumentale.

In assenza del proprietario

gli oggetti cessano di essere tali

divengono aggettivi,

parole anima

attributo dell’assente.

Gli occhiali spenti, in bilico su carte sparpagliate

la bici immusonita nell’angolo del balcone

la scatola di aghi e cotoni, dormiente nel cassetto del comò

il libro stropicciato di Delfini sotto quello corposo di Richler

impilati e asfissiati

sotto la Nivea, sul comodino

il filo aggrovigliato dell’auricolare

che occhieggia chissà da quale destino.

Tutti parlano di noi in nostra assenza

e appena apriamo la porta ammutoliscono

e smettono

di fare compagnia.

Not dark yet

…Feel like my soul has turned into steel…

…I’ve followed the river and I got to the sea
I’ve been down on the bottom of a world full of lies
I ain’t looking for nothing in anyone’s eyes
Sometimes my burden seems more than I can bear
It’s not dark yet, but it’s getting there…(Bob Dylan)

 

Si fanno due conti,

ieri più oggi uguale domani,

e scopri e inorridisci

cammini sul nulla

e il nulla hai davanti

a parte gli anni che corrono via,

le gambe lunghe e sghembe.

Dove sto correndo io con loro

su questo filo che si dipana e si arriccia ad ogni passo

e mi tira e io tiro

e mi strangola e io trattengo il respiro?

Nowhere from nowhere.

Un giorno come oggi

è solo un giorno perso

perché oggi è come ieri e come domani,

tritatutto che ti stropiccia e ti sputa

e tutti a tirare dritto

a lasciare che il filo stringa

che ci strangoli pure

purchè ci dia un pezzo di presente su cui accoccolarci.

Dream

Cosa c’è in un certo passato che lo rende così dolce e indolore

e cosa c’è nel presente di così violento e insopportabile.

Tutta fatica e sfiga

irrazionale allegria

intollerabile insofferenza

e migliaia e migliaia di cose ancora.

Sei arrivato in aperta campagna la strada tutta asfaltata è diventata un segno mangiato dalle erbacce

cosa cavolo fai?

To die to sleep maype to dream.

Un lenimento per lo smarrimento

una carezza tra i capelli e un grumo di stelle sulla testa.

From America.

Test de cada día

Ieri il cielo delle otto del mattino mi aveva accolta appena fuori dal portone di casa, tra le macchine sfuggenti e il marciapiede; luminoso, con le nuvole rincorse dal vento, perciò nervoso, insicuro. Mi piovve sugli occhi come una maschera mentre camminavo.

Ieri camminavo per allontanarmi, da quel cielo indeciso, da quella giornata che era cominciata; il giorno che io avevo scelto, che mi avrebbe inseguita per tutto il resto della mia vita o che sarebbe scaduto per sempre dopo una settimana. Era quel giorno, era cominciato e non ci avrebbe messo molto a finire. Ma sapevo che quella settimana, la settimana che gli sarebbe seguita,  non sarebbe terminata, l’avrei vissuta minuto per minuto con quella febbre sotto il cuore, a farmelo saltare contro il petto.

Da quando ieri era cominciato, i miei gesti avevano cominciato a farsi rapidi, la mia vita aveva preso a correre con una velocità irreale, ma ogni gesto, pur nella sua brevità e nell’inquietudine con cui era compiuto, racchiudeva un’onda lunga di pensieri. Mi spostavo dal passato al futuro, come un’onda lanciata dal vento, su e giù, su e giù, mare sabbia, mare scoglio, mare schiuma, tentando di tratteggiare la vita che avevo vissuto e chiedendomi come avrei potuto librarmi in alto per disegnare la mia nuova vita, quella che si vuol progettare quando all’improvviso ci si ricorda della reale possibilità di poter calpestare, seppur inavvertitamente, o proprio perché inavvertitamente, il gradino che si cela dietro una stupida curva, o dietro la finestra di casa.

La terribile ignoranza sul momento esatto in cui ce ne andremo dietro la porta ci rende così felici che sotto i nostri passi vediamo solo fiori da cogliere senza fine; se invece vedessimo impressa sotto le piante dei piedi, come un sigillo di dio, il giorno esatto della nostra morte, allora, cosa cambierebbe? Saremmo più intensamente felici, o saremmo angustiati da quella memoria tanto da rinunciare a vivere? In fondo, chi scopre di essere affetto da una malattia incurabile si trova a provare la stessa sensazione che sentirebbe se, al posto di crescere semplicemente con la remota coscienza di dover morire, venisse su con la conoscenza esatta della propria data di morte, già apposta accanto a quella della propria nascita. E’ come se, a differenza degli altri mortali, si avesse il privilegio di essere in possesso di un segreto confidato dalla terra e dal cielo. In realtà, poi, gli altri non se ne accorgono, ma anche loro portano il cuore stretto tra l’umidità della terra e la leggerezza del cielo, anche loro camminano su quella porta ampia, ma a loro non sono caduti i veli dagli occhi e vedono solo fiori. E’ tutta qui la differenza.

Non è che chi sia ammalato muoia prima degli altri, non diventa un condannato a morte, non più di tutto il resto dei mortali, ma gli si apre la possibilità di vedere il mondo più a fondo, di poter far entrare negli occhi più mondo di quanto possano gli altri, perché smette di vedere il miraggio dei fiori, finalmente vede la porta. Venire a conoscenza del nome della propria malattia, significa arrivare a sapere in anticipo quale strada si deve imboccare per arrivare alla porta; ci sono tanti altri che vi arrivano prima, ma la vedono all’ultimo momento, vi ci sbattono su con il naso. Ma se il futuro appare così delineato davanti agli occhi, dove è andato a finire il passato?

Il passato non è una costruzione mentale, un’ipotesi, un divenire che ha da verificarsi e su cui noi possiamo azzardare congetture in base ai dati già in possesso fino ad arrivare a previsioni più o meno veridiche. Il passato fa parte di noi stessi, appartiene a noi, sono i nostri ricordi, è la parte più intima, più esclusiva del nostro cuore; è la nostra vita, l’abbiamo vissuta in prima persona. Tuttavia, se il vecchio film riposa, più o meno impolverato, ma reale, nei nostri occhi, se alcuni momenti li abbiamo addirittura stampati e hanno la capacità di esistere ancora nei nostri album, seppur nella fissa immobilità di una fotografia, quel tempo, quel trascorso tempo, dove è scivolato? Quali sono i rivoli in cui sono scolorite quelle immagini così vivide?

Ritorno qui, nello stesso identico posto in cui ho salutato mio padre, esattamente, tanti anni fa, forse quindici, ma potrebbero essere tre. Il posto è questo. Ma lui dov’è, e quella che ero io quindici o tre anni fa, le nostre parole, il suo sorriso al salutarmi? Dov’è il cassetto qui da cui estrarre quel breve commiato adesso, adesso che sono di nuovo qui e voglio rivederlo? Se quel passato non c’è, non è più qui, anche se è ormai noto, e niente lo può cambiare, è perché non esiste, così come non esiste il futuro, che possiamo solo immaginare, ma che dipende ancora dalle nostre forze, dalle nostre mani, tutto da costruire o da abbattere più o meno inconsapevolmente?

Tempi verbali, passato, futuro, nulla è reale, solo l’adesso che si svolge con tanta incredibile potenza e che visto dal cielo non è niente se non quello che c’è, forte come il muoversi dei pianeti nel nulla, così minimo, così lieve, così nulla visto dal tutto che succede simultaneamente, dalle distanze siderali che pure sono.

Un presente che scade continuamente, e che continuamente bisogna rinnovare.  Banale permesso di soggiorno.