Assenze

One day baby, we’ll be old
Oh baby, we’ll be old (Asaf Avidan)

Ad un certo punto

quando gli anni corrono davanti a te

e tu non riesci più a starci dentro

tutto cambia

il viso al mattino

il viso in certi giorni

la tua pancia

la tua voglia.

Ad un certo punto

le presenze

anche le più amate

svaporano

e tutta la tua vita ha senso

per quello che è stato

più che per quello che è

e non hai più bisogno.

Ad un certo punto

tutto è desiderio

perché tutto è non avere

è non essere

è non potere

eppure tutto è placido

tutto è stare,

solo un quieto divagare.

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Mare da sogno

y olvido y ya no sé qué hacer,
no dejo de correr,
como en sueños.
e dimentico e non so che fare
non smetto di correre come in un sogno
Busco un mundo mejor
y escarbo en un cajón
por si aparece entre mis cosas.
Cerco un mondo migliore e scavo in un cassetto
per vedere se appare tra le mie cose
Buscando mi destino,
viviendo en diferido
sin ser, ni oír, ni dar.
Y a cobro revertido
quisiera hablar contigo,
y así sintonizar.
Cercando il mio destino vivendo in differita
senza essere, nè sentire, nè dare. E vorrei parlare con te
a carico del destinatario e così sintonizzarmi.
(Extremoduro, Primer movimiento: el sueño)

Trasparente, turchino

il mio mare

quello degli scogli e degli schizzi

dell’estate.

Non nuoto

ma guardo gli altri tuffarsi e saltare di qua e di là

gli altri,

giovani, ragazzini.

Tripudio di vita intorno a me

e io con le mie paure

corro col cuore in gola temendo di cadere di sotto

non ci penso nemmeno a tuffarmi

ma se salgo sul dirupo per guardare il divertimento altrui mi viene vietato di farlo

off limits per chi non partecipa.

E io vorrei ma non posso

torno sui miei passi

mi strofino sulla nostalgia

e cerco

un bacio di conforto.

 

All’armi

Arrivano come cosacchi

sono dappertutto che abbeverano i loro cavalli alle nostre fontane.

Ma chi sono?

Chi sono questi perfetti sconosciuti votati ad occhi chiusi

a valanga

un nome, una garanzia?

La politica come lotta per il potere

e non perseguimento di ideali

vittoria da sbandierarsi sotto il naso

per spartirsi un pò di quattrini

sbarcare il lunario.

Non c’è bisogno di sapere niente,

l’importante è guadagnare quel bel pò di migliaia di euro al mese

e, urlando a questo o a quello

e a chiunque non la pensi allo stesso modo,

cercare di fare quello che non si è riusciti a fare da persone qualunque.

Cori esultanti riecheggiano

come si fosse allo stadio

i due schieramenti si odiano e si piglierebbero a cazzotti

come due tifoserie opposte

che stupidamente sprecano veleno e tempo e karma gli uni contro gli altri

solo per essere nati a qualche kilometro di distanza

per appartenere a due città diverse

a due nomi di squadre diverse.

Dietro c’è sempre il solito stupido bel gioco ridotto a denaro sonante.

Il peggio avanza.

L’inciviltà è dappertutto.

Chi ci salverà dai replicanti astiosi?

Essi urlano e inneggiano alla vittoria.

Cervelli e denari da spartirsi.

Così. Perché conviene.

Per la diffusione del niente.

Del vuoto verbo del niente.

Pronti all’annientamento dell’avversario-nemico

con le loro divise addosso mai dismesse

pronti a perseguire la soddisfazione del peggio

di ciò che costa meno fatica, a costo delle regole

ciò che non richiede sudore e studio,

la scorciatoia,

l’insulto e l’urlo anziché il ragionamento e l’ascolto.

Contiamoci.