Bittersweet me

Citando i R.E.M

questo è,

my bittersweet life

quel che c’è,

un caffè

il tintinnìo della pioggia

e il mormorio dei tuoni,

non convinti sul proprio frangersi addosso.

Aria di temporale estivo

lontano, chissà dove.

Adoro questo cielo grigio

e cerco e godo

come i fiori del mio giardino

cui niente importa e niente sanno

delle inesplicabili porcherie umane.

Mal d’aprile

I’m building a stone wall I hope will protect me
Battling gunshots, these thoughts of rejecting
When everything falls so softly before me
You come, pull in, touch down then destroy me
(Evening Hymns – Broken rifle)

 

Il freddo il grigiore la pioggia la corsa verso il treno la corsa dal treno

la corsa tra le cose da fare da chiedere le frasi da inventare

le scadenze da programmare il lavoro da correggere il lavoro da preparare

le cose da ricordare le mille cose che mi dimentico

la testa che si svuota mentre parlo chi si accorge del vento

che si porta via tutto mentre parlo e dico e faccio

come se niente fosse e mi toglie d’impaccio.

Un pezzettino di carta di puro chiffon

una briciola di sole una goccia di colore

uno sguardo soffice una mano una penna un cassetto

una vicinanza cinque minuti quotidiani di conforto

un luogo una relazione

lo splendore la bellezza l’amore

come un soffione al vento di aprile

è volato nel paese delle memorie fiorite.

Sorpassi

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Hey kids, rock and roll
Nobody tells you where to go, baby

Maybe you did, maybe you walked
Maybe you rocked around the clock
Tick-tock, tick-tock
Maybe I drive, maybe you walk
Maybe I try to get off, baby

(R.E.M.)

 

Ho guidato con il sole del pomeriggio

liquido di pioggia

affrontavo la strada temendo di non trovarla

e sono tornata di notte

i fari sui muretti a secco

sulle strisce intermittenti dell’asfalto

i piedi gelati sui pedali

mi scaldava un sorriso

e le bottiglie di latte appena munto

le uova fresche di piume

le mozzarelle appena fatte

mi guardavano di sottecchi

come teneri amanti.

Maja

Danzano

gocce di pioggia sulla tettoia di policarbonato

in punta di piedi si spostano

inciampano, cadono sulla ringhiera.

Poi, volano via

come passeri inquieti.

Bella,

che ci importa del mondo

verremo perdonati te lo dico io

da un bacio sulla bocca un giorno o l’altro.

(I. Fossati)

Silencio

L’estate è fuggita definitivamente.

Ho il ricordo di tiepide giornate settembrine

che ci allontanavano dalla bella stagione senza grandi strappi

bastava giusto una giacca la sera.

Lo so che non significa niente,

che i segni del cambiamento climatico sono altrove,

nel fatto che d’estate il Polo diventa acqua e gli orsi non sanno come fare,

ma nella vita quotidiana la caduta improvvisa delle temperature

giusto quando comincia il lavoro

permette una considerazione troppo facile, la solita,

quella per cui se c’è la possibilità che le cose siano più difficili 

allora lo saranno senz’altro.

La vita è diventata prevedibile pure nel suo accanimento.

Talvolta potrebbe pure sorprenderci con qualcosa di inaspettatamente bello.

Dove risiederà l’inaspettatamente bello?

Forse in qualche piega del mio cervello aggrinzito

o forse tra un mucchio di pietre lontane.

Domani venti del nord e piogge imperverseranno sui miei treni,

speriamo che le condotte tengano,

e se quelle ormai sono a posto, che tutto il resto, sopra e sotto, tenga.

Perché io voglio andare a lavorare

eccome se voglio

e non ci fosse di mezzo acqua e vento e freddo

e tanta troppa precarietà

forse sarebbe decisamente una cosa inaspettatamente bella

che mi è successa da qualche anno a questa parte.

Intanto, la pioggia fuori danza leggera e innocua.

Io mi ritiro, scaldandomi con il velluto.