Organization

Nelle mie case precedenti spesso procedevo ad una nuova disposizione dei mobili che conferisse novità ai miei monovani. E devo dire che funzionava. Per un po’ cambiavo casa.

In questa casa i miei mobili sono abbastanza stabili. Finora ho spostato solo una libreria, parte di essa, da una parete a quella di fronte. E anche in quel caso ha funzionato. Il soggiorno mi accoglieva con una luce diversa, pur non riuscendo a soggiornarvi più di tanto, prigioniera, e quanto, della mia postazione lavorativa.
Ieri ho aggiunto un mobile in bagno, e ora, e per un po’, mi sembrerà di entrare in una stanza non mia, nel senso di nuova, e bella, e conseguentemente mi sembrerà, come capita sempre, essendo in fondo questo lo scopo finale e reale, di vivere una vita non mia, nel senso di nuova, e bella.

Oggi, invece, ho spostato dei libri, da una libreria all’altra, ho destinato alle due parti della libreria, una di fronte all’altra, due lingue diverse, le mie due lingue diverse.
In questo caso, non ho assistito ad un aggiornamento apparente della mia vita che mi consenta di aggiungere un giorno all’altro con una spinta di rinnovata – reale o apparente non saprei dire, ma poco importa – vitalità, bensì ad un vigoroso ripasso del mio passato, operazione non sterile questa volta, non piagnona, ma costruttiva.

Ricostruivo in effetti, attraverso i libri letti, le tappe del mio passato, i mattoncini che uno sull’altro costituiscono ciò che sono. Tenevo in mano i libri da spostare e questi mi comunicavano i momenti vissuti insieme, le emozioni, le situazioni, le case, gli amori, i periodi, gli anni – felici, infelici, miei, passati.

Ero io, ciò che trasferivo su e giù, qui e lì, tra le mie librerie, io, io che leggevo furiosamente e instancabilmente, io che sognavo e immaginavo e vivevo. Furiosamente e instancabilmente.

E ora che le pagine riposano tra gli scaffali, la memoria di averle vissute intensamente, riempie di senso il mirarli e rimirarli, riempie di senso il loro stare, qui, con me, condividendo i miei sciocchi andirivieni in questi metri quadri che mi misurano dentro.

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Adioses

 

Giornata di saluti.

Me ne sono tornata a casa ricolma di parole

di sguardi, di abbracci

eppure tornando a casa ne avevo ancora da dare

e mi sembrava che come al solito non ero stata pronta

a dire tutto e per tempo ciò che era tempo di dire.

E come in treno seduta contro senso

osservo ciò che passa ed è passato

perdo l’attimo e lo guardo passare

e corre e sfugge

e io non lo so pigliare

in mano un pugno di emozioni

di desideri da archiviare.

 

La solitudine dei superstiti

CUCCHI: SORELLA, NON MI ARRENDO, GIUSTIZIA INGIUSTA

 

 

Sopravvivere è forse a volte più dura che morire.

Sono qui,

superstite di indicibile perdita

strappatami a morsi da nomi e cognomi,

questuando giustizia

e ammissione di fatti

sepolti per sempre

negli abissi del cuore umano.

C’è una folla di saggi

e di presidenti

e di deputati

e finanche di difensori della giustizia

e c’è la televisione

e tante persone per bene

e sono pure dalla mia parte

eppure sola sono e sola mi sento

perché mi manca la parte più importante

sola sono e sola mi sento

senza una carezza di consolazione nelle mani

senza una parola da pronunciare ad alta voce

e da lanciare al cielo

per dire: hai ragione,

una parola da lanciare al cielo

per alleggerire le mie mani annodate

da questo presente infinito

archiviato

nello stesso incartamento incartapecorito

di tanto e cotanto passato.

 

Dedicato a Ilaria e Stefano Cucchi.

 

Dream

Cosa c’è in un certo passato che lo rende così dolce e indolore

e cosa c’è nel presente di così violento e insopportabile.

Tutta fatica e sfiga

irrazionale allegria

intollerabile insofferenza

e migliaia e migliaia di cose ancora.

Sei arrivato in aperta campagna la strada tutta asfaltata è diventata un segno mangiato dalle erbacce

cosa cavolo fai?

To die to sleep maype to dream.

Un lenimento per lo smarrimento

una carezza tra i capelli e un grumo di stelle sulla testa.

From America.

Test de cada día

Ieri il cielo delle otto del mattino mi aveva accolta appena fuori dal portone di casa, tra le macchine sfuggenti e il marciapiede; luminoso, con le nuvole rincorse dal vento, perciò nervoso, insicuro. Mi piovve sugli occhi come una maschera mentre camminavo.

Ieri camminavo per allontanarmi, da quel cielo indeciso, da quella giornata che era cominciata; il giorno che io avevo scelto, che mi avrebbe inseguita per tutto il resto della mia vita o che sarebbe scaduto per sempre dopo una settimana. Era quel giorno, era cominciato e non ci avrebbe messo molto a finire. Ma sapevo che quella settimana, la settimana che gli sarebbe seguita,  non sarebbe terminata, l’avrei vissuta minuto per minuto con quella febbre sotto il cuore, a farmelo saltare contro il petto.

Da quando ieri era cominciato, i miei gesti avevano cominciato a farsi rapidi, la mia vita aveva preso a correre con una velocità irreale, ma ogni gesto, pur nella sua brevità e nell’inquietudine con cui era compiuto, racchiudeva un’onda lunga di pensieri. Mi spostavo dal passato al futuro, come un’onda lanciata dal vento, su e giù, su e giù, mare sabbia, mare scoglio, mare schiuma, tentando di tratteggiare la vita che avevo vissuto e chiedendomi come avrei potuto librarmi in alto per disegnare la mia nuova vita, quella che si vuol progettare quando all’improvviso ci si ricorda della reale possibilità di poter calpestare, seppur inavvertitamente, o proprio perché inavvertitamente, il gradino che si cela dietro una stupida curva, o dietro la finestra di casa.

La terribile ignoranza sul momento esatto in cui ce ne andremo dietro la porta ci rende così felici che sotto i nostri passi vediamo solo fiori da cogliere senza fine; se invece vedessimo impressa sotto le piante dei piedi, come un sigillo di dio, il giorno esatto della nostra morte, allora, cosa cambierebbe? Saremmo più intensamente felici, o saremmo angustiati da quella memoria tanto da rinunciare a vivere? In fondo, chi scopre di essere affetto da una malattia incurabile si trova a provare la stessa sensazione che sentirebbe se, al posto di crescere semplicemente con la remota coscienza di dover morire, venisse su con la conoscenza esatta della propria data di morte, già apposta accanto a quella della propria nascita. E’ come se, a differenza degli altri mortali, si avesse il privilegio di essere in possesso di un segreto confidato dalla terra e dal cielo. In realtà, poi, gli altri non se ne accorgono, ma anche loro portano il cuore stretto tra l’umidità della terra e la leggerezza del cielo, anche loro camminano su quella porta ampia, ma a loro non sono caduti i veli dagli occhi e vedono solo fiori. E’ tutta qui la differenza.

Non è che chi sia ammalato muoia prima degli altri, non diventa un condannato a morte, non più di tutto il resto dei mortali, ma gli si apre la possibilità di vedere il mondo più a fondo, di poter far entrare negli occhi più mondo di quanto possano gli altri, perché smette di vedere il miraggio dei fiori, finalmente vede la porta. Venire a conoscenza del nome della propria malattia, significa arrivare a sapere in anticipo quale strada si deve imboccare per arrivare alla porta; ci sono tanti altri che vi arrivano prima, ma la vedono all’ultimo momento, vi ci sbattono su con il naso. Ma se il futuro appare così delineato davanti agli occhi, dove è andato a finire il passato?

Il passato non è una costruzione mentale, un’ipotesi, un divenire che ha da verificarsi e su cui noi possiamo azzardare congetture in base ai dati già in possesso fino ad arrivare a previsioni più o meno veridiche. Il passato fa parte di noi stessi, appartiene a noi, sono i nostri ricordi, è la parte più intima, più esclusiva del nostro cuore; è la nostra vita, l’abbiamo vissuta in prima persona. Tuttavia, se il vecchio film riposa, più o meno impolverato, ma reale, nei nostri occhi, se alcuni momenti li abbiamo addirittura stampati e hanno la capacità di esistere ancora nei nostri album, seppur nella fissa immobilità di una fotografia, quel tempo, quel trascorso tempo, dove è scivolato? Quali sono i rivoli in cui sono scolorite quelle immagini così vivide?

Ritorno qui, nello stesso identico posto in cui ho salutato mio padre, esattamente, tanti anni fa, forse quindici, ma potrebbero essere tre. Il posto è questo. Ma lui dov’è, e quella che ero io quindici o tre anni fa, le nostre parole, il suo sorriso al salutarmi? Dov’è il cassetto qui da cui estrarre quel breve commiato adesso, adesso che sono di nuovo qui e voglio rivederlo? Se quel passato non c’è, non è più qui, anche se è ormai noto, e niente lo può cambiare, è perché non esiste, così come non esiste il futuro, che possiamo solo immaginare, ma che dipende ancora dalle nostre forze, dalle nostre mani, tutto da costruire o da abbattere più o meno inconsapevolmente?

Tempi verbali, passato, futuro, nulla è reale, solo l’adesso che si svolge con tanta incredibile potenza e che visto dal cielo non è niente se non quello che c’è, forte come il muoversi dei pianeti nel nulla, così minimo, così lieve, così nulla visto dal tutto che succede simultaneamente, dalle distanze siderali che pure sono.

Un presente che scade continuamente, e che continuamente bisogna rinnovare.  Banale permesso di soggiorno.