Niente è meglio

 

Una manciata di secondi con te

E ciò che volevi si realizza

Per una manciata di secondi

Milioni di ore di niente

Bastano pochi secondi e c’è

Tutto quello che volevi

Tra me e me

Uno scarto costante

Cifra moneta sigla

I miei anni vissuti e quelli sentiti

Le mie cellule

Stanche e i miei sensi affamati

Pochi secondi e ti sfami

Ma restano

Tutti questi anni davanti

Scale maschere spigoli pieghe

disordine

Di molecole e neuroni

Sicuro che è tutto fuori posto

Niente in ordine

Ma non capisco perché

Due atomi lontani

E tiriamo avanti

Fino a domani.

 

 

Shine

I see my light come shining
From the west unto the east
Any day now, any day now
I shall be released. 
(zio Bob)

Ci sono giorni come ombrelli sghembi

che ti proteggono dalla luce ma non resistono al vento

si torcono e veleggiano

e tu continui a fartene scudo

ma è solo una mano alzata

uno stendardo di resa

sulla testa solo un intrico di tele e ferri

o di scarabocchi appunti post it

che appigliano i pensieri

perché non se li spazzi via il vento

ma sono tutte inutili e incerte mani alzate

davanti alla valanga del dover fare

che srotola la sua potenza mentre dubiti, sull’attenti.

Perché ci sono giorni che durano settimane

ma è come se fosse un giorno

perché uno è il pensiero una è l’azione uno è l’obiettivo

e alla fine riesci a prendere e scappare al mare

salta il pranzo salta il parcheggio salta il sacro lavoro quotidiano pomeridiano

via dopo mesi via

a fare niente

guardare il mare, minuti niente più,

guardare la gente che sa non far niente

e i ragazzi che dipingono le barche per la stagione

e gli uomini che tirano fuori attrezzi dai magazzini

e i vecchi che commentano ciò che c’è

e tutto intorno il tempo immobile

quello dell’essere qui

via lontano sola a pascolare

dopo mesi o giorni o secoli

il cervello in mezzo al niente

nessun cerchio sghimbescio da quadrare

silenzioso e quieto niente

manciate di tempo infinito

mi ammansisco,

filecenza, gente.

Non vivere stanca

L’esistenza delle cose prescinde dalla mia consapevolezza

ma quali e quante cose vedo materializzarsi intorno a me

quando comincio a vederle

quando tra i piani e le piccole insignificanti sequenze

riconosco l’immensità del fuori campo

incautamente

e tac

mattone dopo mattone

intere muraglie e poi archi e sentieri a non finire

animano d’improvviso il paesaggio possibile

uno sbuffo del vapore e partono fantasie inusitate

allegrie dimenticate

mai avrei pensato che si potesse fare tanto con tutto quel niente

ché non è ciò che non abbiamo che ci rende tristi

non la scena

che laconicamente silente e vuota ci appare

ma non ritrovare più quella capacità di immaginare

desiderare e sì, creare

in mano il pennarello, tracciare

linee curve, sinuose, frecce

arabeschi, viluppi e intrecci e trecce

proprio sul vetro, lì, su ciò che traspare

sul nostro caro abisso fatto di niente.

Io non ho paura

One year just turned into five
Night came and then it was gone
How did you get so strong

Dicono di me.

Il mio alunno figo, cappellino, sguardo ammaliatore, mille ragazze che stridono intorno, zero voglia di studiare.

Dice di me. Che io sono un boss

“sì, uno di quelli napoletani”, sì perché io, “lei prof, non ha paura di niente”.

Vuoi dire che non ho paura di metterti in riga, piccolo moccioso, e di non farti passare niente.

No, non ho paura. È vero. Ho imparato a non averne, a gridare più forte e a non fare finta di niente. O almeno, più forte dell’arsura che mi secca le vene è il rigore e la ragione che mi regge in piedi, come un palo infilzato nella schiena, io non mi piego al non vedere, al non prendere posizione, anche quando tutto trema e sfugge e voglio scapparmene via. Io devo essere la Legge, la Verità, non per me ma per i piccoli, smarriti senz’altro più di me.

Io non ho paura perché sono nel giusto. E il giusto è una stretta linea rossa, infestata di mine, salta in aria tutto ad ogni passo; bisogna imparare a saltellare come giocando alla campana o a farsi fare a pezzi senza dargliela vinta. Mai dargliela vinta, mai abbassare lo sguardo, mai arrendersi alla sconfitta. Dentro un puzzle di vetri ma fuori uno specchio luminescente.

Le regole esistono ed io sono stata investita da uno stupido spirito istituzionale – di cui il Ministero stesso se ne fotte – ma che io rispetto alla lettera. Le regole. E non ho paura del piccolo maleducato nè di affrontare suo padre che viene a chiedermi conto dell’ammonizione scritta; io lì, io che non ho paura, io col fiatone, con la tremarella, io che penso di aver sbagliato qualcosa, io invece ingoio il mio fiato e gli spiffero in faccia che io difendo la Scuola e il mio piccolo ruolo. Perché nella mia classe la Scuola c’è. Noi facciamo lo stesso lavoro, caro papino, aiutami invece di regalare cellulari da 600 euro.

Io non ho paura, no. E a costo di non averne, tremando e soffrendo, e buttando il cuore oltre il muretto della disfatta, sono pronta a rialzarmi come se nulla fosse, nemmeno mi scuoto la polvere dalle ginocchia, nemmeno mi asciugo i graffi e le ferite. Guardo diritto, come se avessi la vittoria in pugno e invece ho soltanto sudore, la paura mi innerva le gambe eppure mi eleva. Che mica sono i tacchi.

Motore a scoppio

Ci sono scoppi e scoppi.

Ci sono quelli

inaspettati

che ti esplodono mentre ci stai giocando

e ti fanno prendere il volo

ma al solito ti muovi troppo presto

e male

guardi giù

e pensi già all’atterraggio,

dici la cosa sbagliata

dici

e invece avresti dovuto non dire affatto

anche se alla fine non hai detto altro che “non è niente”.

Perché ci sono relazioni umane che durano attimi

eppure ti regalano una relativa perfezione

nel suo piccolo, preziosa

che cercavi da anni,

ma è inutile che insisti

che ti appendi ad una parola che vola via

pensando che possa risuonare all’infinito nel vuoto,

dall’attimo dopo in poi

tutto ciò che dici e fai sarà sbagliato,

sbagliati i tuoi occhi

e mani

perse nel gioco.

Come un motore a scoppio

che va solo avanti

quando ti accorgi e ne vuoi ancora un pò

è diventato già altrove, già movimento, già non più

e già basta.

Le parole inutili

Lo so che non dovrei prendermela così. Lo so.
Ma io stasera ne voglio parlare.
Oggi è il giorno della scena dei 5 stelle che si tolgono le giacche e le cravatte in Senato, platealmente; di Grillo che chiede, inutilmente, a Napolitano di fare qualcosa, di sciogliere questo Parlamento inutile che sorregge questo Governo inutile, per esempio; dei berlusconiani che urlano come aquile allo scandalo e il Parlamento, grazie al PdL e al PD spaccato, aggettivo ormai consueto, che si sospende per assecondarli. Mentre Bersani, l’altro ieri, Mr fallimento che ha ancora i microfoni e i bersaniani a disposizione, può dire, impunemente, “son mica matto” riferendosi ad uno dei suoi tanti inganni.
I furbi che se la ridono, che pensano di essere simpatici.
Ecco. Mi sembra che lo schifo, da sempre caratterizzante questa avventura cominciata da quei famosi 101, sia diventato vergogna, infamia, onta, oltraggio.
Quando mi trovo davanti a situazioni insopportabilmente dolorose, che non riesco a gestire, da cui non so trovare la via di fuga, provo, con molto sforzo, a contemplarle dall’alto; da lì appaiono meno mie, e soprattutto rivelano in maniera ancora più lampante la loro carica irrazionale, surreale, nonché la mediocrità e la scompostezza dei protagonisti, coloro che tanto si affannano a difendere a tutti i costi il loro piccolo tutto che niente è agli occhi del cielo, che dal canto suo sovrasta silente l’ignominia di ciascuno di questi, tanti, piccoli protagonisti.
Io vorrei che vi ingegnaste. Voi, i dissidenti, gli astenuti e i fuoriusciti, che vi ingegnaste voi che avete questo compito e avete delle teste pensanti, in modo da trovare un modo per dire BASTA.
Trovate il modo di disinnescare questo schifo e soprattutto trovate il modo per denunciarlo con forza. La forza dei fatti e delle parole che denunciano i fatti.
Oggi non si può fare finta di niente, ancora.
È grave, ciò che è successo oggi.
Eppure mi sembra che non lo sia mai abbastanza.

Afferro

I’ ve got it,

è il pugno di mosche quotidiano

adornato da una serie di futuri e di verbi modali,

ragazzi che scuotono la testa

uomini anziani corrucciati

e signore infastidite dall’aria condizionata.

Fa ancora troppo freddo

e abbiamo bisogno di passati prossimi

e di presenti continui

e che ci riscaldino.

Eppur io rimango incantata

due parole ed una virgola,

che perfetto pieno presente

il mio

fatto di nulla e di niente.