Olivares

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Cosa si può fare davanti all’ingiustizia di una tale morte?

Tacere, piegarsi docili

sotto i colpi di una fatalità che di tanto in tanto viene a pettinarci le creste,

credere nella chiarezza della giustizia umana

senza acrimonia.

E infine, e per sempre, far vivere ciascuno il proprio defunto

accendendone il ricordo

non una semplice lampada votiva

non un altare da incensare

ma un carretto da portare

talvolta in spalla

in tutti i luoghi che si andrà a visitare.

Il tempo della sconfitta

We stare straight ahead and try so hard to stay right
Like the red rose of summer that blooms in the day.

È vero che non controlliamo niente

e che non riusciamo a raddrizzare la curva della vita

in particolare di quelli che ci stanno a cuore

o che avrebbero meritato di meglio.

È vero che moriamo tutti

e che muoiono di più e prima

coloro che dovrebbero essere eterni

perché di loro finanche l’ultimo centimetro quadrato di terra di questo mondo

ha bisogno

e perché lo richiederebbe la Giustizia

– se questa esistesse davvero

e non fosse un vessillo con cui armarci il cuore –

mentre coloro che spargono allegramente semi del male

mitragliate a raffica senza posa

e si appigliano come spider men ai grattacieli

a tutte le maniglie importanti

quelle che aprono valanghe di orrori camuffati di stracci

eterni sono

o così appare il loro male,

veleno che serpeggia e ammala e addolora.

È vero che abbiamo desiderato la morte di alcuni

per futili motivi personali

ma anche l’amore di qualcun altro

per gli stessi stupidi motivi

eppure così strettamente universali

in entrambi i casi inutilmente, del resto.

Ma è pur vero che non ci arrendiamo

e su questo treno sconnesso rimaniamo

guardando avanti e dritto mentre le vetture sobbalzano sotto i nostri piedi

qui rimaniamo

sobbalzando con loro,

sapendo che ogni volta che tireremo fuori la mano dal finestrino

per prendere ancora di quel frutto dolce

la felicità

che finché c’è appare il vero senso della vita

– l’amore, l’amore

l’albero a cui tendevi

e di cui non poche volte abbiamo assaporato

l’ebrezza, la perfezione, la necessità –

qualcuno ci verrà a strappare via il frutto

o la mano

o a sigillarci il finestrino

perché…

Perché non si sa

o non si osa dire.

Così è.

Eppur le mani,

pargolette,

quelle no

pur in tanto subbuglio

come rose rosse nella notte

non smetteranno, no

di tratteggiare una sconfitta, sì

ma mai una resa.

Se succederà qualcosa sarà colpa dei silenti. Se Bonaventura arriverà in ritardo con l’appuntamento dei riscontri dovuti o se dovrò perderci la testa dietro a questa paura.
Ditemi che rischio e mi difendete o che il pentito è un bugiardo: il resto è per i ciarlatani.
Non mi interessa essere un eroe, mi interessa riconoscere uno Stato organizzato, non solo organizzata la criminalità. E’ troppo?
Per me, i miei famigliari e i miei figli è il minimo indispensabile. “Agibilità sociale”, direi, se serve un buon titolo per i giornali.

(Giulio Cavalli) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/basta-parole-ora-salvatemi/2213811

Che cos’è l’amor

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In fondo è tutta una questione di burocrazia.

Un maledetto timbro che ci metti nemmeno un minuto

ma cambia tutte le cose.

Un timbro dichiara che esisti

o ratifica la tua morte,

sancisce il tuo status

la tua visibilità sociale

la tua partecipazione politica.

I riti sono alle origini delle civiltà,

balli maschere

fuochi e coltelli

sottolineano la solennità del passaggio

ne permettono il compimento

ma soprattutto, e questo è il punto,

consentono la celebrazione del sentimento,

nel suo senso più lato.

È come togliere il tappo ad una bottiglia di birra

e versartela in gola

ti fa luccicare gli occhi, per un po’

allo stesso modo, riesci a sentire, per un po’

la profonda irrilevanza della tua vita

mentre l’Amore, la Vita, la Morte,

l’Essere, il Fare

si perpetrano

e nulla e tutto c’entrano con le tue battaglie inacidite.

Veniva dal mare

Ho sognato la morte di Lucio Dalla quando ero un’adolescente

De Gregori se lo portava via a spalla e diceva

che quell’uomo veniva dal mare.

Nelle ore vuote della prima adolescenza

ho scoperto la musica

e i suoni e le parole tappezzavano la mia vita

la loro consistenza era reale

mi facevano piangere e sognare

influenzavano le mie parole e i miei pensieri

costruivano la mia idea di mondo.

Le voci che in quegli anni mi cantavano da un transistor

o dall’altoparlante del giradischi

sono state il concime di quello che di buono mi porto dentro,

e lui è stato una delle più importanti.