Lieve fluire

Time can’t see what he does to us (J. Frusciante)

 

Sai le scale a chiocciola

quelle che non la smetti più di girare

una curva continua

e ogni giro speri che sia l’ultima

e il fiato sale

a toglierti di bocca le parole

e i pensieri dalle mani,

perché altrimenti avrei saputo cosa dirti

spiattellandotele addosso

come un pugno sul tavolo che sparge monete tintinnanti

io avrei saputo come pagarti

disimpigliando il mio sorriso dai denti

come il filo del maglione dall’orecchino

io avrei saputo rialzarmi

sarei riuscita a spiegarmi,

ma prima che finissero le curve

ho compreso che non sarebbero mai finite

gli anni a volte rotolano addosso più forte

e quest’anno mi ha steso come una torta al testo,

sicché le mie gambe mi hanno piantato in asso

avrei voluto urlare e lamentarmi

invece

ho schiuso le labbra

e ho taciuto

davanti all’incanto

la primavera

che mesta e rimesta e soffia

lieve

e illumina

tutto questo folle vorticare.

 

 

 

 

 

Rumore di fondo

Mentre parlo e canto e dico

il mondo cammina e si muove

e si sposta rumorosamente

ticchettìi passi gorgoglìi

voci e grida

il mondo gira e noi

non ci incontriamo più.

Ma se potessi vedermi

e osservarmi

non con la severità dello specchio

non con la velocità con cui appendo il mio viso sulla rete

ma dall’altra parte

dal balcone di fronte

apprezzerei ciò che sono

mentre tutto mi gira intorno

ed io cerco di non pensarci troppo su.

Vorrei guardarmi mentre interrogo il terreno muto dei miei tulipani

ormai dimentichi di se stessi sotto centimetri di terra

mentre stendo il pigiama e mi accorgo che il geranio cresce a dismisura

e allora mi avvicino e gli taglio le foglie secche

e poi riprendo a stendere le lenzuola

e l’occhio cade sui germogli di gelsomini

fermi nel loro sbocciare da settimane

e allora mollo il calzino e gli aggiungo dell’acqua

e vorrei osservare la mia sorpresa al vedere quel cespuglietto di rucola

spuntato dal nulla

portato da chissà dove

regalo del vento o di qualche uccellino

avrei voluto vedere posarsi quei semi leggeri

avrei voluto assistere al loro volo

alla traiettoria che li ha portati qui.

E avrei voluto essere stata capace

tra migliaia di cose e pensieri affollati

tra le mie mani e nella mia testa

e tutt’intorno

di ascoltare

oltre tutto questo rumore di fondo

ciò che le tue labbra mi stavano dicendo.

O forse non dicevano

forse sorridevano o accennavano

un bacio, un addio.

Motore a scoppio

Ci sono scoppi e scoppi.

Ci sono quelli

inaspettati

che ti esplodono mentre ci stai giocando

e ti fanno prendere il volo

ma al solito ti muovi troppo presto

e male

guardi giù

e pensi già all’atterraggio,

dici la cosa sbagliata

dici

e invece avresti dovuto non dire affatto

anche se alla fine non hai detto altro che “non è niente”.

Perché ci sono relazioni umane che durano attimi

eppure ti regalano una relativa perfezione

nel suo piccolo, preziosa

che cercavi da anni,

ma è inutile che insisti

che ti appendi ad una parola che vola via

pensando che possa risuonare all’infinito nel vuoto,

dall’attimo dopo in poi

tutto ciò che dici e fai sarà sbagliato,

sbagliati i tuoi occhi

e mani

perse nel gioco.

Come un motore a scoppio

che va solo avanti

quando ti accorgi e ne vuoi ancora un pò

è diventato già altrove, già movimento, già non più

e già basta.

Il tempo della sconfitta

We stare straight ahead and try so hard to stay right
Like the red rose of summer that blooms in the day.

È vero che non controlliamo niente

e che non riusciamo a raddrizzare la curva della vita

in particolare di quelli che ci stanno a cuore

o che avrebbero meritato di meglio.

È vero che moriamo tutti

e che muoiono di più e prima

coloro che dovrebbero essere eterni

perché di loro finanche l’ultimo centimetro quadrato di terra di questo mondo

ha bisogno

e perché lo richiederebbe la Giustizia

– se questa esistesse davvero

e non fosse un vessillo con cui armarci il cuore –

mentre coloro che spargono allegramente semi del male

mitragliate a raffica senza posa

e si appigliano come spider men ai grattacieli

a tutte le maniglie importanti

quelle che aprono valanghe di orrori camuffati di stracci

eterni sono

o così appare il loro male,

veleno che serpeggia e ammala e addolora.

È vero che abbiamo desiderato la morte di alcuni

per futili motivi personali

ma anche l’amore di qualcun altro

per gli stessi stupidi motivi

eppure così strettamente universali

in entrambi i casi inutilmente, del resto.

Ma è pur vero che non ci arrendiamo

e su questo treno sconnesso rimaniamo

guardando avanti e dritto mentre le vetture sobbalzano sotto i nostri piedi

qui rimaniamo

sobbalzando con loro,

sapendo che ogni volta che tireremo fuori la mano dal finestrino

per prendere ancora di quel frutto dolce

la felicità

che finché c’è appare il vero senso della vita

– l’amore, l’amore

l’albero a cui tendevi

e di cui non poche volte abbiamo assaporato

l’ebrezza, la perfezione, la necessità –

qualcuno ci verrà a strappare via il frutto

o la mano

o a sigillarci il finestrino

perché…

Perché non si sa

o non si osa dire.

Così è.

Eppur le mani,

pargolette,

quelle no

pur in tanto subbuglio

come rose rosse nella notte

non smetteranno, no

di tratteggiare una sconfitta, sì

ma mai una resa.

Se succederà qualcosa sarà colpa dei silenti. Se Bonaventura arriverà in ritardo con l’appuntamento dei riscontri dovuti o se dovrò perderci la testa dietro a questa paura.
Ditemi che rischio e mi difendete o che il pentito è un bugiardo: il resto è per i ciarlatani.
Non mi interessa essere un eroe, mi interessa riconoscere uno Stato organizzato, non solo organizzata la criminalità. E’ troppo?
Per me, i miei famigliari e i miei figli è il minimo indispensabile. “Agibilità sociale”, direi, se serve un buon titolo per i giornali.

(Giulio Cavalli) http://espresso.repubblica.it/dettaglio/basta-parole-ora-salvatemi/2213811

La solitudine dei superstiti

CUCCHI: SORELLA, NON MI ARRENDO, GIUSTIZIA INGIUSTA

 

 

Sopravvivere è forse a volte più dura che morire.

Sono qui,

superstite di indicibile perdita

strappatami a morsi da nomi e cognomi,

questuando giustizia

e ammissione di fatti

sepolti per sempre

negli abissi del cuore umano.

C’è una folla di saggi

e di presidenti

e di deputati

e finanche di difensori della giustizia,

e c’è la televisione

e tante persone per bene

e sono pure dalla mia parte

eppure sola sono e sola mi sento

perché mi manca la parte più importante

sola sono e sola mi sento

senza una carezza di consolazione nelle mani

senza una parola da pronunciare ad alta voce

e da lanciare al cielo

per dire hai ragione

una parola da lanciare al cielo

per alleggerire le mie mani annodate

da questo presente infinito

archiviato

nello stesso incartamento incartapecorito

di tanto e cotanto passato.

 

Dedicato a Ilaria e Stefano Cucchi.

 

Non è un problema mio

Guarda che non sono io quello che stai cercando 
Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo 
Quello che ti perdona e ti capisce 
Che non ti lascia sola, e che non ti tradisce 

Guarda che non sono io quello seduto accanto 
Che ti prende la mano e che ti asciuga il pianto (F. De Gregori)

turk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io, Gezi Park

piazza Taksim

l’Italia

il mondo intero.

Contro.

Contro chi ci vuole fregare.

E non c’è altro da fare

stasera

che protestare.

Ammesso che serva

a prendere quel getto d’acqua in faccia ci sono anch’io

io

mentre tutt’intorno brulica

di mani in pasta

e bla bla bla.

Gezi Park

Piazza Taksim

il mondo intero

l’Italia

io

tentativi di far girare all’incontrario

contro

chi vuol far girare sempre le cose

nello stesso modo.