Shine

I see my light come shining
From the west unto the east
Any day now, any day now
I shall be released. 
(zio Bob)

Ci sono giorni come ombrelli sghembi

che ti proteggono dalla luce ma non resistono al vento

si torcono e veleggiano

e tu continui a fartene scudo

ma è solo una mano alzata

uno stendardo di resa

sulla testa solo un intrico di tele e ferri

o di scarabocchi appunti post it

che appigliano i pensieri

perché non se li spazzi via il vento

ma sono tutte inutili e incerte mani alzate

davanti alla valanga del dover fare

che srotola la sua potenza mentre dubiti, sull’attenti.

Perché ci sono giorni che durano settimane

ma è come se fosse un giorno

perché uno è il pensiero una è l’azione uno è l’obiettivo

e alla fine riesci a prendere e scappare al mare

salta il pranzo salta il parcheggio salta il sacro lavoro quotidiano pomeridiano

via dopo mesi via

a fare niente

guardare il mare, minuti niente più,

guardare la gente che sa non far niente

e i ragazzi che dipingono le barche per la stagione

e gli uomini che tirano fuori attrezzi dai magazzini

e i vecchi che commentano ciò che c’è

e tutto intorno il tempo immobile

quello dell’essere qui

via lontano sola a pascolare

dopo mesi o giorni o secoli

il cervello in mezzo al niente

nessun cerchio sghimbescio da quadrare

silenzioso e quieto niente

manciate di tempo infinito

mi ammansisco,

filecenza, gente.

Mal d’aprile

I’m building a stone wall I hope will protect me
Battling gunshots, these thoughts of rejecting
When everything falls so softly before me
You come, pull in, touch down then destroy me
(Evening Hymns – Broken rifle)

 

Il freddo il grigiore la pioggia la corsa verso il treno la corsa dal treno

la corsa tra le cose da fare da chiedere le frasi da inventare

le scadenze da programmare il lavoro da correggere il lavoro da preparare

le cose da ricordare le mille cose che mi dimentico

la testa che si svuota mentre parlo chi si accorge del vento

che si porta via tutto mentre parlo e dico e faccio

come se niente fosse e mi toglie d’impaccio.

Un pezzettino di carta di puro chiffon

una briciola di sole una goccia di colore

uno sguardo soffice una mano una penna un cassetto

una vicinanza cinque minuti quotidiani di conforto

un luogo una relazione

lo splendore la bellezza l’amore

come un soffione al vento di aprile

è volato via verso il paese delle mille sconfitte.

Dacci oggi

 I was a piano player in my last lifetime
Now I write rhymes, sip white wine and let my light shine
Out the dark space, with the world on my mind like scarface
Though my sex drive like a car chase
More than a uhh, it’s the piece of mind I chase

Ho passato il pomeriggio su un misterioso alone sul pavimento

appariva e disappariva a seconda del prodotto utilizzato,

fino a poco fa.

Mi sono accanita con pervicace insistenza

esageratamente

forse istericamente

sicuramente per sfuggire

inutilmente

alla prigione pomeridiana

il troppo lavoro quotidiano.

Quante ore ancora bisogna lavorare quando la giornata comincia due ore prima dell’alba?

Non so come disinnescare questa bomba che mi spella le mani

me la passo da destra a sinistra e da sinistra a destra

mentre mi brucia le giornate e la voglia e la schiena.

Quale settembre

Abbandonare la vicinanza del cielo e della terra

del legno, dell’acqua, della roccia.

La libertà di essere dentro la natura.

La percezione di essere io la natura

una pietra molle pensante e inquieta

un tempo ubicata sotto i mari,

in cima alle montagne,

prima che vi emergessero.

Girare la pagina delle foto e tuffarsi nelle cose che costano fatica,

quella fatica dove alla fine non c’è la carezza del vento,

la vertigine del panorama, la frescura del bosco e dell’acqua cristallina.

Riabituarsi alla polvere e al cemento

come se vi si fosse nati,

come un luogo a cui si fosse predestinati

senza appello.

E ripetersi che non è così.

E avere pur davanti polvere fatica cemento ferraglia,

marciapiedi su cui marciare senza posa

e treni su

e treni giù.

Eppure questo settembre è diverso da tutti.

E’ il settembre dell’assunzione

del lavoro con tanti diritti in meno di un tempo

e tanti doveri in più di un tempo.

Ma è il settembre del lavoro,

finalmente senza scadenze.

E’ il settembre della gratitudine.

E’ il settembre della svolta

del giro di boa

del non sentirsi più fuori

pur essendo comunque l’ultima della fila,

ripescata al volo dal fluire incomprensibile della vita,

un pesce fuor d’acqua, in fin dei conti,

che adesso deve imparare a respirare l’aria.

Il settembre dell’allora anch’io.

Il settembre del salto.

Il settembre della felicità e della paura insieme.

Paura che la felicità non duri e già non dura

è tutta paura,

paura di quando il vetro si appannerà

e chi si specchierà dentro sarò sempre io.

Stelle

Invece piove

il verde fuori dalla città è allagato

e i torrenti di fango scorrono verso il mare.

Le ore di lavoro si affollano tutte

sulla schiena e nelle gambe

e a sera urlano

mentre io vorrei un quadrato di cielo abbastanza ampio

da ficcarmici dentro

per bene

prima un piede poi l’altro

e catapultarmi all’insù.

Solo un puntino in più.