Cercandoti

 

Il pendolo appeso al diaframma

su e giù come un elastico

non mi lascia respirare

immoto e muto

come un gatto in agguato

teso e raggomitolato.

Scartabello i miei pensieri

e lì ti ritrovo

un sapore inconfondibilmente amaro

amato

appiccicato

come un ricordo

un postit al frigo

un magnete impolverato

eppure un sapore

sei.

Non lo posso descrivere

solo sentire o pensare o forse ricordare

non sulla lingua nè sul palato

ma al centro

di circonferenze

mille cerchi che mi cercano

che mi ottundono psichedelicamente

marcano il prima e l’adesso,

me.

 

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Le vite degli altri

Gli occhi sbirciano la vita per le strade, affannata sulle biciclette, tranquilla dietro le finestre illuminate.

Ogni sguardo è un lampo di essere che non posso afferrare ma che è lì in mille forme, è come affacciarsi appena su un burrone di cui si immagina la profondità, la varietà, l’unicità ma rimanendo su un treno in corsa. (1997)

Da quando ho perso la mia vita ho contratto l’abitudine di sbirciare pezzi di vita altrui.

Né per voyeurismo né per  invidia

bensì per vedere com’è la vita normale

e farci un collage immaginario

che inventi la vita mia

persa in un giorno di maggio.

Ieri sono stata in una vita altrui di cui ho scorto solo i contorni

ma che ho immaginato bellissima.

Se fossi una scrittrice potrei inventarmi un romanzo con quei pezzi

che da ieri mi saltano in testa come tasti di un pianoforte

ma siccome non lo sono me li tengo stretti addosso

mentre mi consolano non so perché

con la stessa inspiegabile efficacia delle bambole nel letto la sera

incapace di dargli voce ma solo minimi afflati di parole.

Dettagli di vita altrui

foto sorridenti che ritraggono volti più giovani

e che tratteggiano il percorso che li ha portati fin qui

ai volti segnati e sereni di oggi

a questa porzione di casa nella quale ho avuto accesso

per pochi minuti

e che racconta con un paio di foto

tutto quello che si sarebbe potuto fare

in quest’ultima decina di anni.

Giorno libero

L’estate è scoppiata e a me scoppia la testa.

I pensieri compressi in una scatola cranica schiacciata dal dolore

e il mio giorno libero perde il suo piccolo incanto

che già dura poco;

si sa, come la domenica, anche lui dopo pranzo comincia a guastarsi.

Ma la mattina è magica, anche con la testa che scoppia,

e un giro per sbrigare qualche faccenda non può mancare.

Il centro, come sempre, pullula di gente

ma fortunatamente niente macchine,

gente in giro, a piedi, come me.

Si chiacchiera, si mangia, si passeggia.

Io cammino spedita e corrucciata dietro le mie lenti scure

ma carpisco qualche immagine per distrarre i miei pensieri risentiti:

due ragazzi che alle 10 del mattino mangiano goduriosi due pezzi di focaccia sulla porta del panificio,

una coppia giovane, grandi occhiali scuri, che passeggia in silenzio e lui col braccio intorno alle sue spalle carezza piano il braccio di lei

un ragazzo smilzo seduto nella macchinetta automatica per le foto 

(nella mia lingua preferita sì che ha un nome certo e sintetico questa cabina: fotomatón)

che starnutisce a più non posso.

Pur tuttavia, anche gli orecchi, contagiati dal dolore, fotografano l’aria che tira in città:

uomini, in questa o quella guisa,

incravattati, con o senza giacca, o con sportive t-shirt

agli angoli delle strade,

parlano di politica.

Allora, lo faccio anch’io.