Hechizo

 
Hoping to find the key
To this play of communications
Between you and me

(Damon Albarn)

 

Il cuore incantato

come un disco troppo amato

un bambino meravigliato

un castello sgarrupato

fermarsi

e poi perdere il fiato,

tiri fuori dal taschino

il tuo coraggio spiegazzato

nemmeno riesci a soffiartici il naso

bandierina

tovaglietta

lembo valvolare afflosciato.

 

Lieve fluire

Time can’t see what he does to us (J. Frusciante)

 

Sai le scale a chiocciola

quelle che non la smetti più di girare

una curva continua

e ogni giro speri che sia l’ultima

e il fiato sale

a toglierti di bocca le parole

e i pensieri dalle mani,

perché altrimenti avrei saputo cosa dirti

spiattellandotele addosso

come un pugno sul tavolo che sparge monete tintinnanti

io avrei saputo come pagarti

disimpigliando il mio sorriso dai denti

come il filo del maglione dall’orecchino

io avrei saputo rialzarmi

sarei riuscita a spiegarmi,

ma prima che finissero le curve

ho compreso che non sarebbero mai finite

gli anni a volte rotolano addosso più forte

e quest’anno mi ha steso come una torta al testo,

sicché le mie gambe mi hanno piantato in asso

avrei voluto urlare e lamentarmi

invece

ho schiuso le labbra

e ho taciuto

davanti all’incanto

la primavera

che mesta e rimesta e soffia

lieve

e illumina

tutto questo folle vorticare.

 

 

 

 

 

Io non ho paura

One year just turned into five
Night came and then it was gone
How did you get so strong

Dicono di me.

Il mio alunno figo, cappellino, sguardo ammaliatore, mille ragazze che stridono intorno, zero voglia di studiare.

Dice di me. Che io sono un boss

“sì, uno di quelli napoletani”, sì perché io, “lei prof, non ha paura di niente”.

Vuoi dire che non ho paura di metterti in riga, piccolo moccioso, e di non farti passare niente.

No, non ho paura. È vero. Ho imparato a non averne, a gridare più forte e a non fare finta di niente. O almeno, più forte dell’arsura che mi secca le vene è il rigore e la ragione che mi regge in piedi, come un palo infilzato nella schiena, io non mi piego al non vedere, al non prendere posizione, anche quando tutto trema e sfugge e voglio scapparmene via. Io devo essere la Legge, la Verità, non per me ma per i piccoli, smarriti senz’altro più di me.

Io non ho paura perché sono nel giusto. E il giusto è una stretta linea rossa, infestata di mine, salta in aria tutto ad ogni passo; bisogna imparare a saltellare come giocando alla campana o a farsi fare a pezzi senza dargliela vinta. Mai dargliela vinta, mai abbassare lo sguardo, mai arrendersi alla sconfitta. Dentro un puzzle di vetri ma fuori uno specchio luminescente.

Le regole esistono ed io sono stata investita da uno stupido spirito istituzionale – di cui il Ministero stesso se ne fotte – ma che io rispetto alla lettera. Le regole. E non ho paura del piccolo maleducato nè di affrontare suo padre che viene a chiedermi conto dell’ammonizione scritta; io lì, io che non ho paura, io col fiatone, con la tremarella, io che penso di aver sbagliato qualcosa, io invece ingoio il mio fiato e gli spiffero in faccia che io difendo la Scuola e il mio piccolo ruolo. Perché nella mia classe la Scuola c’è. Noi facciamo lo stesso lavoro, caro papino, aiutami invece di regalare cellulari da 600 euro.

Io non ho paura, no. E a costo di non averne, tremando e soffrendo, e buttando il cuore oltre il muretto della disfatta, sono pronta a rialzarmi come se nulla fosse, nemmeno mi scuoto la polvere dalle ginocchia, nemmeno mi asciugo i graffi e le ferite. Guardo diritto, come se avessi la vittoria in pugno e invece ho soltanto sudore, la paura mi innerva le gambe eppure mi eleva. Che mica sono i tacchi.

Ogni cosa al suo posto

A volte ci vogliono anni a volte mesi

cinque mesi

o forse undici anni

anzi venticinque

o forse ancora tutta la vita

per capire

e sistemare tutto.

Che ruota gigantesca!

Ruota e tracima

fango e bellezza

ma tutto ciò che ne viene fuori

è totalmente fuori posto

o questo sembra a te

come le valigie che vengon giù sul nastro trasportatore

a caso

sputate all’improvviso

laconicamente violentemente

non ti trovano mai preparato ad agganciarle per bene

e così il fango ti piove addosso

mentre ti allunghi per afferrare la bellezza.

Ma tant’è.

C’era bisogno di essere

lucidi e inconsapevoli

c’era bisogno di non correre

o rincorrere

né credere

ma diffidare

per capire come ballarci su

e saltando

ancora e ancora

fino a perderci il fiato

sistemare

per bene, ogni cosa

ogni cosa

a furia di calci

al suo cavolo di posto.

E non pensarci più.

Le conseguenze dell’amore

L’amore mi lega

alla vita e ai suoi sterminati contorni

amore mentre qualcuno mi da e gli do

amore mentre scompaio

sotto il mare e i suoi silenzi

amore mentre ascolto e ballo

amore mentre insegno quel che so e accendo

lampadine spente

amore mentre nella solitudine sento

di essere viva.

Tutto è contorno e concorre

ad essere centro

pure prendersi a calci e smettere di mangiare

rompersi il fiato sui pedali

rovesciarsi musica nelle orecchie

pensando che serva

a non sentire il bruciore che ci arroventa

la pelle e non ci lascia dormire

quella sconfitta quella perdita

quel mostro quella battaglia

che divora e prende la mira.

Respiro

La bella stagione

ti entra dappertutto

mentre in bici

sfrecci giù per la pista,

il vento tiepido la luce le grida dei rondoni.

Allenare il fiato schiacciare giù i pedali

mettere a terra ogni centimetro di gomma

minuziosamente

come sistemando anche l’asfalto.

Il resto invece

dentro fuori accanto a te

è ancora tutto da fare.

All’opra

Rovisto nelle mie aggrovigliate parti oscure

e rimesto e frugo

e mi rimprovero e mi mando al diavolo

ma eccomi lì

facile come aprire una porta mai chiusa a chiave

a scorticare croste

a tirar via le unghie dalle dita

a premere sui tagli aperti.

Tutto sembra essere sempre lì

un grumo mai appianato

mai sciolto

mai cicatrizzato,

sempre aperto come certi bar sulle highways

un’insegna luminosa che lampeggia nella notte

mi ipnotizza e mi chiama

e sempre lì ritorno

come un vecchio alcolizzato col fegato a pezzi

non resisto a un ultimo goccio che ultimo non è,

il male per il piacere di un momento

e il dolore di tutti i giorni dopo.

Strade e luoghi e date e parole

e viaggi e carezze e sguardi e certezze

essere pensare fare in un modo in cui non sai più

niente per cui mandarti al diavolo a ogni piè sospinto,

tutto quello che avrei voluto

che sarebbe successo se solo l’avessi lasciato accadere

tutto quello che, provi e riprovi,

proprio non ti riesce più.

Non riuscire,

come si può sopportare.

Aspirare alle stelle

e scalare montagne,

non ci si arriva mai

solo ci si rompe

fiato piedi mani ossa.

Solo ti riesce correre

unire punti e misurare istanti

mentre dall’altra parte tu

al punto c’eri già arrivata,

e senza tante corse.