Riflessioni sulla teoria delle transizioni nella comunicazione postmoderna

Desocupado lector: Sin juramento me podrás creer, que quisiera que este libro, como hijo del entendimiento, fuera el más hermoso, el más gallardo y más discreto que pudiera imaginarse. (…) Pero yo que aunque parezco padre soy padrastro de D. Quijote, no quiero irme con la corriente del uso, ni suplicarte casi con las lágrimas en los ojos, como otros hacen, lector carísimo, que perdones o disimules las faltas que en este mi hijo vieres: y pues ni eres su pariente, su amigo y tienes tu alma en tu cuerpo, y tu libre albedrío como el más pintado, y estás en tu casa, donde eres señor de ella, como el rey de sus alcabalas, y sabes lo que comúnmente se dice, que debajo de mi manto al rey mato, todo lo cual te exenta y hace libre de todo respeto y obligación, y así puedes decir de la historia todo aquello que te pareciere, sin temor que te calumnien por el mal, ni te premien por el bien que dijeres de ella.

(Miguel de Cervantes Saavedra, Prólogo – El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha)

 Nel leggere queste parole, state prendendo parte a una delle meraviglie del mondo naturale. Perché voi e io apparteniamo a una specie che ha una straordinaria capacità: plasmare con estrema precisione gli eventi nel cervello altrui. Non mi sto riferendo alla telepatia, al controllo della mente o ad altre manie della pseudoscienza; strumenti del resto modesti, anche nell’immagine che se ne fa chi ci crede, in confronto alla capacità di cui sto parlando e che è presente in tutti noi. Si tratta del linguaggio. Emettendo semplicemente suoni con la bocca, noi possiamo far scorgere l’uno nella mente dell’altro nuove combinazioni di idee dotate di significato. Tanto naturale è per noi questa capacità che tendiamo a dimenticare quale miracolo sia. 

                (Steven Pinker – L’istinto del linguaggio)

In lunghi anni di paziente operosità e di lettura di giornali – cos’altro sono infatti le biblioteche del sapere se non una collezione di giornali? – un uomo accumula miriadi di fatti, li pone in bell’ordine nella propria mente, e un giorno, in una dolce stagione della vita, se ne va al pascolo come un cavallo, vagabondando per i Grandi Campi del pensiero, e lascia i finimenti dietro di sé, nella stalla.

                (Henry David Thoreau – Camminare)

Desocupado lector, dice Cervantes aprendo il suo prologo al Quijote, immaginandolo come colui che non ha nulla di meglio da fare e nell’intimità della sua casa è padrone, como el rey de sus alcabalas, come lo è il re dei suoi dazi.

A lui si rivolge prima di tutto, a questo lettore senza incombenze; e lungi dall’adottare un atteggiamento servile – ni suplicarte casi con las lágrimas a los ojos – ma con premura – lector carísimo – riconosce che egli con il suo giudizio spassionato – tienes tu alma en tu cuerpo y tu libre albedrío – può dire della storia quello che gli pare – puedes decir de la historia todo aquello que te pareciere –  e dunque decretarne o meno il successo.

Il ruolo del lettore, la sua mera presenza di recettore e il suo feedback, è uno dei fattori fondamentali affinché un messaggio scritto dia luogo a una comunicazione, cioè alla trasmissione di un messaggio da A a B, cioè alla condivisione (dal lat. comunico). I libri fanno i lettori, ma sono i lettori che portano a compimento il processo creativo insito nel libro, senza di essi qualunque libro rimarrebbe inerte, inanimato, mutilato dalla funzione precipua di comunicare e mettere in comune un contenuto. Rimarrebbe un mero supporto di significanti, corteccia (dal lat. liber), papiro (dal gr. biblìon), e non magico scrigno di significati. Come scriveva Sartre, la letteratura, cioè il connubio scrittura-lettura, è come una “strana trottola che esiste quando è in movimento”.

La produzione letteraria plurisecolare, non a caso, è ricca di “apostrofi al lettore”, come abbiamo visto nel Quijote; torna ad accadere nel prologo e anche nel mezzo dell’opera in un romanzo pienamente moderno come Niebla di Miguel De Unamuno, scritto nel 1914 – yo, el autor de esta nivola[1] que tienes, lector, en la mano y estás leyendo[2] – e molto prima era accaduto nella Commedia di Dante a cominciare dal Canto VIII dell’Inferno – Pensa, lettore, s’io mi sconfortai,/ Nel suon delle parole maledette; / Ché non credetti ritornarci mai –.

Tuttavia, né Dante, né Cervantes, né Unamuno avrebbero avuto un lettore a cui rivolgersi se sin dall’alba dei tempi la necessità dell’essere umano di comunicare, di condividere esperienze, emozioni, prosaiche informazioni e istruzioni per l’uso o capolavori in versi, non lo avessero spinto ad ingegnarsi affinché il contenuto del messaggio potesse essere adeguatamente decodificato dal ricevente attraverso l’uso di un codice condiviso. E sin dall’alba dei tempi egli ha sviluppato linguaggi di vario tipo, sempre più evoluti, segni scarni, poi ideogrammi e poi lettere dell’alfabeto, segni convenzionali, significanti per far viaggiare significati. Le lingue, con il loro solido sistema lessicale, morfologico e sintattico appaiono come navi di legno cariche d’oro. Ogni lingua con i suoi segni convenzionali, con le sue barchette dapprima sparute e didascaliche alle quali si sono aggiunte via via flotte immaginifiche, ogni lingua nella perfetta composizione dettata dalla propria sintassi, assolve il suo compito magico di trasmettere un messaggio qualunque, da A a B.

Comunicazione come trasmissione, passaggio di informazioni:
Comunicazione come relazione, mettere in comune, comprensione:

(http://users.uniud.it/melchior/coselacomunicazione.htm)

Nel corso dei secoli A e B sono state rappresentate da pluralità multiformi, talvolta al loro interno omogenee – il villaggio globale (ben superiore ai 5040 abitanti della polis ideale di Platone), la società di massa, il mondo globalizzato – così come, in questo nuovo contesto comunicativo, i medium di comunicazione non sono più o solo esplicitamente linguistici. La stampa, la tv, la radio, il videoclip, il cinema, internet, la cibernetica e tutto questo contemporaneamente – la multimedialità tout court – è la cifra della complessità comunicativa in cui ci muoviamo.

Eppure alla base di tutti questi sistemi di comunicazione, presenti e attivi all’unisono nelle nostre case ipertecnologiche, c’è sempre la stessa grammatica di segni e suoni inventati nella notte dei tempi per regolare scambi, per indicare il luogo di caccia, per scrivere della follia di Orlando, della locura del Quijote, o per spiegare la teoria della relatività. Eppure noi, individui abitanti di quest’era postmoderna, tutt’altro che desocupados, bersaglio e freccia di un mondo mai quieto che divora e dimentica nello stesso momento notizie d’ogni guisa e saperi d’ogni sorta, possiamo ancora portare in tasca un’edizione delle Confessioni di S. Agostino, proprio come usava fare il poeta Francesco Petrarca che secoli fa con il suo piccolo libretto “da mano” sentì la necessità, insita nell’invenzione dello stesso postmoderno ebook, di praticare la lettura ovunque, fuori dai luoghi canonici. Possiamo farlo perché l’evoluzione dei mezzi di comunicazione non ha cancellato e non può prescindere da ciò che è alla base di tutto: la miracolosa capacità umana del linguaggio cominciata millenni fa. Nell’ebook ci son pur sempre libri. In Internet ci son pur sempre canzoni, immagini, musica, cioé i linguaggi da sempre utilizzati dall’uomo per comunicare.

Viviamo ormai, evidentemente, un’epoca di opulenza comunicativa; l’avvento di Facebook e dei blog ha trasformato tutti in autori di messaggi sicché per la lettura, per la fruizione c’è sempre meno spazio e meno tempo. Tutti condividono con tutti; la parola magica di Facebook è proprio “condividere” pensieri – frasi, parole, video, foto – come a dire che questo social network oggi rappresenta “la” comunicazione. Tuttavia la sensazione che si ricava da tanta opulenza, appunto, è che il contenuto di tanti e poliedrici messaggi non abbia ascoltatori, lettori, spettatori, cibernauta, abbastanza attenti, abbastanza liberi e abbastanza solitari da non essere preda della prossima “condivisione”, di questo nuovo imperativo categorico del comunicare senza posa. In definitiva, la cifra della comunicazione postmoderna è, e sarà sempre più, il “dopo” e non il “mentre”, e gli utenti incarneranno sempre più l’ossimoro di non essere mai in reale compagnia e mai in reale solitudine.

Il Quijote è riconosciuta da tutti i lettori del mondo come un’opera magistrale in cui accanto alla nascita del romanzo moderno si assiste a quella del lettore moderno: libero e solitario. Beata solitudo, sola beatitudo diceva S. Bernardo riferendosi all’ascetismo. E la figura dell’asceta non è lontana dall’immagine del fruitore ideale – solo e lontano dal mondo brulicante – il quale leggendo, ascoltando, vivendo quel mondo reale della finzione narrativa lato sensu, rende onore in una “solitudine assorta” al processo comunicativo.


[1] Nivola è il nome che Unamuno dà alla sua forma di romanzo innovativa (da novela, romanzo in spagnolo)

[2] “io, l’autore di questa nivola che hai, lettore, in mano e che stai leggendo”, da  M. De Unamuno, Niebla: nivola, ed. Castalia, 1995, p. 233.

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Il mondo intorno

My mind is racing
As it always will
My hand is tired, my heart aches
I’m half a world away here
My head sworn

My shoes are gone
My life spent
I had too much to drink
I didn’t think
(Berry/Buck/Mills/Stipe)

Quattro bucati in due giorni

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io, me

caffè con le amiche

io, me, tu, noi

tagliando zsr

– venti incredibili minuti di su e giù

quattrocento pagine più ottanta da studiare

poggio la testa sui fogli sparsi dei miei appunti.

E aspetto.