Be wolf

De verdad que no tienes arreglo. Crees que en la vida no hay otra cosa que ser o no ser feliz. Hay muchos otros estados. El riesgo por ejemplo, produce una euforia especial.

(C. Sánchez, Últimas noticias del paraíso)

La folgore percorre i miei muscoli

come un lupo affamato che non trova che ossa rinsecchite

e non basta stare fermi

non basta mettere ordine da qualche parte per qualche minuto

non basta aspirare la luce e immergersi a lungo nelle fredde stelle marine

non basta pensare o non smettere di pensare

scappare o fare il proprio dovere

tirando ancora una volta su la tendina

e presentando al mondo i compiti fatti

mentre le paure stirano i sorrisi sulla faccia.

Mentre i miei muscoli vibrano e titillano i miei pensieri

il picchetto dei miei déjà-vu mi riporta in riga

bombarda la mia scaletta di corda per  il paradiso

e richiude il libro dei miei sogni su di te

che entri turbi e rassereni

e poi scompari

come un qualunque personaggio di finzione

che solo di tanto in tanto infrange

la monotonia di ciò che è.

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Io non ho paura

One year just turned into five
Night came and then it was gone
How did you get so strong

Dicono di me.

Il mio alunno figo, cappellino, sguardo ammaliatore, mille ragazze che stridono intorno, zero voglia di studiare.

Dice di me. Che io sono un boss

“sì, uno di quelli napoletani”, sì perché io, “lei prof, non ha paura di niente”.

Vuoi dire che non ho paura di metterti in riga, piccolo moccioso, e di non farti passare niente.

No, non ho paura. È vero. Ho imparato a non averne, a gridare più forte e a non fare finta di niente. O almeno, più forte dell’arsura che mi secca le vene è il rigore e la ragione che mi regge in piedi, come un palo infilzato nella schiena, io non mi piego al non vedere, al non prendere posizione, anche quando tutto trema e sfugge e voglio scapparmene via. Io devo essere la Legge, la Verità, non per me ma per i piccoli, smarriti senz’altro più di me.

Io non ho paura perché sono nel giusto. E il giusto è una stretta linea rossa, infestata di mine, salta in aria tutto ad ogni passo; bisogna imparare a saltellare come giocando alla campana o a farsi fare a pezzi senza dargliela vinta. Mai dargliela vinta, mai abbassare lo sguardo, mai arrendersi alla sconfitta. Dentro un puzzle di vetri ma fuori uno specchio luminescente.

Le regole esistono ed io sono stata investita da uno stupido spirito istituzionale – di cui il Ministero stesso se ne fotte – ma che io rispetto alla lettera. Le regole. E non ho paura del piccolo maleducato nè di affrontare suo padre che viene a chiedermi conto dell’ammonizione scritta; io lì, io che non ho paura, io col fiatone, con la tremarella, io che penso di aver sbagliato qualcosa, io invece ingoio il mio fiato e gli spiffero in faccia che io difendo la Scuola e il mio piccolo ruolo. Perché nella mia classe la Scuola c’è. Noi facciamo lo stesso lavoro, caro papino, aiutami invece di regalare cellulari da 600 euro.

Io non ho paura, no. E a costo di non averne, tremando e soffrendo, e buttando il cuore oltre il muretto della disfatta, sono pronta a rialzarmi come se nulla fosse, nemmeno mi scuoto la polvere dalle ginocchia, nemmeno mi asciugo i graffi e le ferite. Guardo diritto, come se avessi la vittoria in pugno e invece ho soltanto sudore, la paura mi innerva le gambe eppure mi eleva. Che mica sono i tacchi.