Era un lujo

no nos dimos nada más,
sólo un buen gesto.

Chi può dire di stare vivendo ciò che aveva pensato di vivere

il mistero più grande della vita è la nostra capacità di sopportazione

sopportiamo che i nostri sogni si ribaltino

accettiamo di fare ciò che ci addolora

camminiamo nelle scarpe che ci scorticano i calcagni a sangue

adoriamo gli uomini che ci tolgono il presente e ci annullano il futuro

assistiamo immutati al nostro cambiamento

noi non siamo più noi

il passato un mondo lontano

la vista affievolita

le forze infiacchite

ciò che non siamo più è ciò che eravamo senza motivo

quella certezza del buono ancora da venire

quell’ essere profondamente corpo vivo pulsante

eppur profondamente spirito leggero ridente

siamo stati puro splendido equilibrio volitivo

e un giorno dopo l’altro

dieci decenni ci sono piovuti dentro e ci hanno foderato e immobilizzato

imposto il qui il no l’odioso è così

e nulla facciamo e nulla faremo

ci lasceremo

fare e avvolgere dai nostri mille pensieri

che ci levano il sonno e il tempo

lieve olio profumato

ce lo siamo sparsi noi stessi addosso

noi stessi abbiamo voluto pur non volendo

perchè mai avremmo voluto

essere ciò che né fummo.

Sing along

 

Drove you to the station
Never asked you why

(L. Cohen)

 

Sfangando dappertutto

alla ricerca del perché varrebbe la pena

mi ritrovo sempre abbarbicata sul come

fare che valga la pena

come una scimmia al suo albero

lì a gridare terra terra

senza mai voler scendere giù.

Il come riempie i miei documenti ufficiali

e percorre i miei stessi itinerari zigzaganti

fiumi in piena

argini spesso insufficienti

pensieri in libertà

oggettive incapacità

sicché a volte la coda del perché devo andare a scovarla sotto i calcinacci

sotto quintali di ferro arrugginito

cercando di pescare Moby Dick dal fondo degli abissi

con una canna flautante che presto mi tirerà giù

e attaccata a questa canna

stirando la lenza

e godendo appena di come la suona il vento

perdendo il filo di chi tira e chi è tirato

del giù e del su

del cielo e del mare

sono e nego di essere

avvezza alla mezza altezza

mezzo stare

mezzo vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capo d’anno

…sentire dentro di sé il dolore che attraversa come una freccia la natura e ripetere con il poeta “spesso il male di vivere ho incontrato”.

(Vito Mancuso, Il principio passione)

Questo libro arriva come una lettera dal cielo, qualcuno ha sentito la mia fame d’amore inesplicabile, immersa nel mistero imperscrutabile e doloroso del mondo, e me l’ha messo davanti un pomeriggio in cui vagavo distratta in libreria.

Mancuso si chiede, ed io con lui, se tutto questo dolore di cui ogni cosa è intrisa renda ancora il mondo degno di amore, se l’amore, dunque, sia in sintonia con il mondo che ci circonda; sia chiaro, non la percezione che ne ho oggi che sono allegra o domani che invece sono afflitta, ma il mondo come realtà oggettiva, fatta di assurdo e di bellezza, di cui tutti gli esseri senzienti hanno una conoscenza diretta.

E la tesi di Mancuso è che questo sentimento, l’amore, dunque, porti a compimento la logica, sempre spiazzante, del mondo.

Per questo vale la pena leggerlo.

Vale la pena leggerlo adesso perché l’esperienza del vivere, lezione mai appresa fino in fondo che ci porta ad assaggiare il dolore sottile o travolgente nascosto in ogni cosa, si rivela in maniera particolarmente acuta in questi giorni che la bella stagione si allontana sempre più e il tempo libero con lei, e gli occhi, prima immersi nell’aria e nella luce, si incupiscono e illanguidiscono.

In questa microstagione, ancora più intermedia di quanto non lo sia l’autunno – quando l’estate è andata via ma l’autunno non ha ancora fatto irruzione in maniera plateale, prima che si sparga dappertutto il profumo consolatorio delle castagne – sembra che qualcosa di irrecuperabile stiamo perdendo, quasi fosse il nostro modo più autentico di vivere, quello in cui non dobbiamo vestirci dei panni dei nostri ruoli ufficiali e ancora, per un po’, continuiamo a corrergli dietro, ma non abbiamo più l’aspetto, la forza, il tempo, per farlo.

E non è facile trovare il bene quando le cose cambiano. Migliore appare sempre il passato, il perduto, il lasciato, il fatto o non fatto, comunque l’inafferrato non sempre perché fosse inafferrabile ma perché non abbiamo saputo acchiapparlo per tempo, ma tant’è: tutto ciò appare come un nirvana irraggiungibile, ciò che per il buddismo e l’induismo è il trascendente, dove l’essere e il bene coincidono, “il non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato”. 

La sfida in questo strano capodanno, senza botti e senza champagne, è scovare il bene nella solitudine di una non festa, tra le pieghe dell’adesso e dell’oggi, dell’ormai è deciso, dell’è così, del questa è la mia vita, del ricominciamo.

Assenze

One day baby, we’ll be old
Oh baby, we’ll be old (Asaf Avidan)

Ad un certo punto

quando gli anni corrono davanti a te

e tu non riesci più a starci dentro

tutto cambia

il viso al mattino

il viso in certi giorni

la tua pancia

la tua voglia.

Ad un certo punto

le presenze

anche le più amate

svaporano

e tutta la tua vita ha senso

per quello che è stato

più che per quello che è

e non hai più bisogno.

Ad un certo punto

tutto è desiderio

perché tutto è non avere

è non essere

è non potere

eppure tutto è placido

tutto è stare,

solo un quieto divagare.

All’opra

Rovisto nelle mie aggrovigliate parti oscure

e rimesto e frugo

e mi rimprovero e mi mando al diavolo

ma eccomi lì

facile come aprire una porta mai chiusa a chiave

a scorticare croste

a tirar via le unghie dalle dita

a premere sui tagli aperti.

Tutto sembra essere sempre lì

un grumo mai appianato

mai sciolto

mai cicatrizzato

sempre aperto come certi bar sulle highways

un’insegna luminosa che lampeggia nella notte

mi ipnotizza e mi chiama

e sempre lì ritorno

come un vecchio alcolizzato col fegato a pezzi

non resisto a un ultimo goccio che ultimo non è

il male per il piacere di un momento

e il dolore di tutti i giorni dopo.

Strade e luoghi e date e parole

e viaggi e carezze e sguardi e certezze

essere pensare fare in un modo in cui non sai più

niente per cui mandarti al diavolo a ogni piè sospinto

tutto quello che avrei voluto

che sarebbe successo se solo l’avessi lasciato accadere

tutto quello che, provi e riprovi,

proprio non ti riesce più

– come si può sopportare?-

aspirare alle stelle e scalare montagne

non ci si arriva mai

solo ci si rompe

fiato piedi mani ossa

solo ti riesce correre

unire punti e misurare istanti

mentre dall’altra parte tu

al punto c’eri già arrivata

e senza tante corse.

Febbraio

«Sì che amo l’inverno e febbraio noce di ghiaccio, amo le nevi quando il vento le stacca a fagottini dai rami degli abeti e le congiunge a neve con la bussata di un bacio, amo febbraio che rosicchia luce al sole, lo trattiene di più giorno su giorno, amo febbraio che risale l’orizzonte, amo il pettirosso che è resistito senza migrare a sud, amo il mandorlo che apre il fiore bianco di pupilla e lo sparge sull’erba scolorita della brina, amo la vita che continua senza di me, amo l’onda che passa a scavalcarmi, amo, spingo sul verbo amare, buttami fuori dalla parte sporca, sono pronto, non ho urina né feci, sono peso sgocciolato, al nudo, al netto, scaricato di colpe. Morirsene, credo, non è una condanna, morire è essere assolti. Con tutta l’ira della febbre io amo, amo il cuscino zuppo del mio dolore, amo la zanzariera che imbozzola il mio corpo di larva, amo, amo».
Erri de Luca, Il contrario di uno

But my blue eyes cannot see that their real hue is probably green

E una mattina come le altre

ieri

prima dell’alba

non è più uguale alla mattina precedente.

Il vento del nord ha appena smesso di portare nuvole e di strapazzarle

e il cielo è pulito e lindo

silenzioso come sempre

eppure completamente nuovo

acceso

come se da sotto un mantello nero qualcuno avesse finalmente tirato fuori la palla celeste

et voilà, l’avesse resa visibile anche al popolo dei pendolari,

signore e signori, eccovi di nuovo

IL CIELO!

Il ritorno improvviso della luce dopo la notte

per me è una sorpresa sempre

del contrario, invece, non me ne accorgo mai

di come la notte inghiotta i miei passi sul selciato mattina dopo mattina.

Alla notte ci faccio l’abitudine subito e sorrido alle stelle quando le scorgo appena fuori dal portone

e mi sembra che quello sguardo a scorgere nel buio duri un’eternità di mattine

e che per un’eternità di mattine io sorrida con la bocca storta a quella notte che si attarda;

alla luce quando per gli altri è notte, invece, non mi ci abituo

e per settimane, lo so, rimarrò col naso all’insù a sorprendermene,

sgambettando verso il mio treno

e sorriderò ancora pensando sì alla meraviglia di essere viva

e di poter assistere ancora una volta a quel miracolo.

Benvenuti nel mondo dei vivi

mi urlava il mondo rutilante dell’ipermercato ieri sera

ma io non ci credevo e come sempre avevo fretta di andarmene.

Non è quello essere vivi

è questo,

è camminare da soli prima del giorno ed accorgersi in silenzio 

in quel mondo intatto e perfetto prima che le ore lo scuotano senza posa

che il cielo in silenzio sta parlando

sta dicendo che la stagione sta per cambiare

e se i nostri orecchi ne fossero capaci

sentiremmo il fragore sotto i nostri piedi

della terra che prepara i suoi primi germogli

anzi, da qualche parte, essi sono già spuntati.

Essere vivi è anche essere felici

per questi piccoli e forse irrilevanti dettagli.

L’Oriente, qui

Vago tra i dipinti

e i suoni e il sole mi accecano

mi scivola sabbia sulle labbra e sulla schiena

mi abbracciano sete damascate

mi carezzano la pelle perle e diademi

mi accolgono ombre di luce, fresche di silenzi

giacigli solitari tra banani e tetti di frasche.

Un volo di libertà

corpo

adorno

luce.

Immagine che riflette l’essere,

completamente.