Capo d’anno

…sentire dentro di sé il dolore che attraversa come una freccia la natura e ripetere con il poeta “spesso il male di vivere ho incontrato”.

(Vito Mancuso, Il principio passione)

Questo libro arriva come una lettera dal cielo, qualcuno ha sentito la mia fame d’amore inesplicabile, immersa nel mistero imperscrutabile e doloroso del mondo, e me l’ha messo davanti un pomeriggio in cui vagavo distratta in libreria.

Mancuso si chiede, ed io con lui, se tutto questo dolore di cui ogni cosa è intrisa renda ancora il mondo degno di amore, se l’amore, dunque, sia in sintonia con il mondo che ci circonda; sia chiaro, non la percezione che ne ho oggi che sono allegra o domani che invece sono afflitta, ma il mondo come realtà oggettiva, fatta di assurdo e di bellezza, di cui tutti gli esseri senzienti hanno una conoscenza diretta.

E la tesi di Mancuso è che questo sentimento, l’amore, dunque, porti a compimento la logica, sempre spiazzante, del mondo.

Per questo vale la pena leggerlo.

Vale la pena leggerlo adesso perché l’esperienza del vivere, lezione mai appresa fino in fondo che ci porta ad assaggiare il dolore sottile o travolgente nascosto in ogni cosa, si rivela in maniera particolarmente acuta in questi giorni che la bella stagione si allontana sempre più e il tempo libero con lei, e gli occhi, prima immersi nell’aria e nella luce, si incupiscono e illanguidiscono.

In questa microstagione, ancora più intermedia di quanto non lo sia l’autunno – quando l’estate è andata via ma l’autunno non ha ancora fatto irruzione in maniera plateale, prima che si sparga dappertutto il profumo consolatorio delle castagne – sembra che qualcosa di irrecuperabile stiamo perdendo, quasi fosse il nostro modo più autentico di vivere, quello in cui non dobbiamo vestirci dei panni dei nostri ruoli ufficiali e ancora, per un po’, continuiamo a corrergli dietro, ma non abbiamo più l’aspetto, la forza, il tempo, per farlo.

E non è facile trovare il bene quando le cose cambiano. Migliore appare sempre il passato, il perduto, il lasciato, il fatto o non fatto, comunque l’inafferrato non sempre perché fosse inafferrabile ma perché non abbiamo saputo acchiapparlo per tempo, ma tant’è: tutto ciò appare come un nirvana irraggiungibile, ciò che per il buddismo e l’induismo è il trascendente, dove l’essere e il bene coincidono, “il non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato”. 

La sfida in questo strano capodanno, senza botti e senza champagne, è scovare il bene nella solitudine di una non festa, tra le pieghe dell’adesso e dell’oggi, dell’ormai è deciso, dell’è così, del questa è la mia vita, del ricominciamo.

All’opra

Rovisto nelle mie aggrovigliate parti oscure

e rimesto e frugo

e mi rimprovero e mi mando al diavolo

ma eccomi lì

facile come aprire una porta mai chiusa a chiave

a scorticare croste

a tirar via le unghie dalle dita

a premere sui tagli aperti.

Tutto sembra essere sempre lì

un grumo mai appianato

mai sciolto

mai cicatrizzato,

sempre aperto come certi bar sulle highways

un’insegna luminosa che lampeggia nella notte

mi ipnotizza e mi chiama

e sempre lì ritorno

come un vecchio alcolizzato col fegato a pezzi

non resisto a un ultimo goccio che ultimo non è,

il male per il piacere di un momento

e il dolore di tutti i giorni dopo.

Strade e luoghi e date e parole

e viaggi e carezze e sguardi e certezze

essere pensare fare in un modo in cui non sai più

niente per cui mandarti al diavolo a ogni piè sospinto,

tutto quello che avrei voluto

che sarebbe successo se solo l’avessi lasciato accadere

tutto quello che, provi e riprovi,

proprio non ti riesce più.

Non riuscire,

come si può sopportare.

Aspirare alle stelle

e scalare montagne,

non ci si arriva mai

solo ci si rompe

fiato piedi mani ossa.

Solo ti riesce correre

unire punti e misurare istanti

mentre dall’altra parte tu

al punto c’eri già arrivata,

e senza tante corse.

Giorno libero

L’estate è scoppiata e a me scoppia la testa.

I pensieri compressi in una scatola cranica schiacciata dal dolore

e il mio giorno libero perde il suo piccolo incanto

che già dura poco;

si sa, come la domenica, anche lui dopo pranzo comincia a guastarsi.

Ma la mattina è magica, anche con la testa che scoppia,

e un giro per sbrigare qualche faccenda non può mancare.

Il centro, come sempre, pullula di gente

ma fortunatamente niente macchine,

gente in giro, a piedi, come me.

Si chiacchiera, si mangia, si passeggia.

Io cammino spedita e corrucciata dietro le mie lenti scure

ma carpisco qualche immagine per distrarre i miei pensieri risentiti:

due ragazzi che alle 10 del mattino mangiano goduriosi due pezzi di focaccia sulla porta del panificio,

una coppia giovane, grandi occhiali scuri, che passeggia in silenzio e lui col braccio intorno alle sue spalle carezza piano il braccio di lei

un ragazzo smilzo seduto nella macchinetta automatica per le foto 

(nella mia lingua preferita sì che ha un nome certo e sintetico questa cabina: fotomatón)

che starnutisce a più non posso.

Pur tuttavia, anche gli orecchi, contagiati dal dolore, fotografano l’aria che tira in città:

uomini, in questa o quella guisa,

incravattati, con o senza giacca, o con sportive t-shirt

agli angoli delle strade,

parlano di politica.

Allora, lo faccio anch’io.