Serenamente

Maurine… I can’t come to your party ‘cause I think that I’m dead

(Say Hi to your mom)

Ci sono sere in cui mi contraddico

anziché spogliarmi mi vesto

anziché struccarmi mi trucco

anziché andare a letto esco

e ignoro la sveglia di domattina

e penso che in fondo è presto.

Guido

è tardi

nel buio

canto

il rosso scotta

freno

il verde ride

sfreccio

guardo

gente balli sguardi

auto davanti

bar pieni di gente

dentro fuori

luci

voci

città

umori.

La casa del sonno

Imbastisco le ore notturne

lacerate dal caldo e dai rumori della città

mi giro e mi rigiro

e ripesco l’incoscienza

ancora e ancora

che mi salvi un altro po’

quella magica incoscienza.

Mi sveglio 

come fossi una sopravvissuta

e finisce per non convincermi niente

di ciò che mi si apparecchia davanti

– tranne il mio caffè

pur sempre insufficiente a rimettermi del tutto al mondo –

men che meno me,

fascio di pieghe di spigoli e di curve

pur parsa bellezza irresistibile

pensando a te.

Muta

 

 

 

 

 

 

 

Quando mi trovo davanti a cose che non posso controllare

cerco risposte persino nel cemento della città.

Cerco l’ultima luce tra le piazze vuote della periferia

dove solo il maestrale vigoroso mi fà compagnia.

E una luna brillante.

Una danza da baccante, l’offerta di vino e cibo, di oro e argento,

il sacrificio di un montone, il digiuno e il cilicio, 

la recita di una preghiera, la ripetizione di un mantra,

un canto sommesso, l’omaggio di candele e fiori.

La mia mente ha snocciolato a ripetizione tutte le possibilità

immobile,

nella morsa dell’imponderabile.

Senza casco.

Muta.

Non so come bisognava fare

a chiedere al cielo e alla terra e al vento

un pizzico di buona sorte

un pizzico di benevolenza.

E tutto intorno si muove

e tutto intorno esiste,

tacendo.

Domenicale estivo

Prima domenica di estate

la città svuotata dall’afa.

I negozi vuoti del centro sbuffano aria gelida.

La città vecchia brulica di turisti di ogni sorta

carichi di meraviglia, di zaini e di bottiglie d’acqua fresca.

Giovani guide, ragazze dall’accento romano,

spiegano la storia dei teatri di questa città.

Trenini della felicità parcheggiati ovunque

con autisti corpulenti, chini sui propri cellulari

che aspettano pazienti al sole

o passeggiano una signora vestita di tutto punto

seduta con un’espressione incerta e fiera sull’ultimo vagone.

E in mezzo, l’odore del sugo della domenica

il vociare incurante degli abitanti del posto

sparsi sui gradini delle chiese

nei vicoli e nei bar

i vespini parcheggiati

e le birre peroni in gola.

Sere in centro

il silenzio rumoroso della cittàAdoro vivere in centro certe volte. Certe volte come certe sere placide come ieri sera, in cui tutto il mondo descrive gli stessi momenti con urli e sospiri, le cui note discendenti giungono dalle finestre e dai balconi azzurri di etere, verdi di campo di pallone.

Nel frattempo, mi trovo a passeggiare per una città e le sue strade centrali come se fossi altrove, altro luogo altro tempo, irreale, niente macchine, niente folle nei bar e pizzerie all’aperto, dove sparuti clienti si godono come me la serata immobile.

L’emozione collettiva palpita all’unisono ovunque, impossibile non riderne. Senza, una placida passeggiata serale sarebbe stata una passeggiata qualunque, anzi, non ci sarebbe stata affatto.