Espiga y deseo

 

Donde nos llevó la imaginación, 
donde con los ojos cerrados 
se divisan infinitos campos. 
Donde se creó la primera luz 
junto a la semilla de cielo azul 
volveré a ese lugar donde nací.

(A. Vega)

 

Le spighe e il vento che no, non le molla

rullo martello frusta e un fruscìo le rimesta

il terrazzo ruvido e grigio e noi

che ci nascondiamo

dal cielo e le nuvole cadenti e l’orizzonte infuocato

parliamo di oggi e di ieri

lo specchio ed io ci guardiamo

cosa sia meglio o sia peggio

l’aria o il fuoco, glamourous baby,

le faville che si dileguano

la voce che inciampa

dieci minuti o sessanta.

Annunci

Punteruolo ferruginoso

Just a perfect day

You made me forget myself
I thought I was someone else
Someone good

Oh, it’s such a perfect day
I’m glad I spent it with you

(L. Reed)

La domenica scorre via lenta e stracca

si odono appena rumori là fuori

il mondo appare tacito e immobile

ovattato

come incartato

in un foglio a bolle d’aria.

Mi ottunde tanto silenzio

e tanta solitudine

eppure mi metto a lavorare e lavorare

mentre la mente mi accarezzo.

Un giorno perfetto
hai fatto sì che mi dimenticassi di me stesso
tanto da pensare di essere un altro
uno migliore.
Un giorno così perfetto
sono felice di averlo passato in tua compagnia.
 

Stesa dai tuoi colpi

sguardi come baci

le tue granate, lanci precisi

le tue bombe a grappolo

ganasce, lucchetto

messa giù

un birillo malfermo

una palma mangiata all’interno

guardo le stelle e mi chiedo

forse felice

se fare il morto o rimettermi su

robottino incantato

e su

le scarpe battono sul selciato.

Capo d’anno

…sentire dentro di sé il dolore che attraversa come una freccia la natura e ripetere con il poeta “spesso il male di vivere ho incontrato”.

(Vito Mancuso, Il principio passione)

Questo libro arriva come una lettera dal cielo, qualcuno ha sentito la mia fame d’amore inesplicabile, immersa nel mistero imperscrutabile e doloroso del mondo, e me l’ha messo davanti un pomeriggio in cui vagavo distratta in libreria.

Mancuso si chiede, ed io con lui, se tutto questo dolore di cui ogni cosa è intrisa renda ancora il mondo degno di amore, se l’amore, dunque, sia in sintonia con il mondo che ci circonda; sia chiaro, non la percezione che ne ho oggi che sono allegra o domani che invece sono afflitta, ma il mondo come realtà oggettiva, fatta di assurdo e di bellezza, di cui tutti gli esseri senzienti hanno una conoscenza diretta.

E la tesi di Mancuso è che questo sentimento, l’amore, dunque, porti a compimento la logica, sempre spiazzante, del mondo.

Per questo vale la pena leggerlo.

Vale la pena leggerlo adesso perché l’esperienza del vivere, lezione mai appresa fino in fondo che ci porta ad assaggiare il dolore sottile o travolgente nascosto in ogni cosa, si rivela in maniera particolarmente acuta in questi giorni che la bella stagione si allontana sempre più e il tempo libero con lei, e gli occhi, prima immersi nell’aria e nella luce, si incupiscono e illanguidiscono.

In questa microstagione, ancora più intermedia di quanto non lo sia l’autunno – quando l’estate è andata via ma l’autunno non ha ancora fatto irruzione in maniera plateale, prima che si sparga dappertutto il profumo consolatorio delle castagne – sembra che qualcosa di irrecuperabile stiamo perdendo, quasi fosse il nostro modo più autentico di vivere, quello in cui non dobbiamo vestirci dei panni dei nostri ruoli ufficiali e ancora, per un po’, continuiamo a corrergli dietro, ma non abbiamo più l’aspetto, la forza, il tempo, per farlo.

E non è facile trovare il bene quando le cose cambiano. Migliore appare sempre il passato, il perduto, il lasciato, il fatto o non fatto, comunque l’inafferrato non sempre perché fosse inafferrabile ma perché non abbiamo saputo acchiapparlo per tempo, ma tant’è: tutto ciò appare come un nirvana irraggiungibile, ciò che per il buddismo e l’induismo è il trascendente, dove l’essere e il bene coincidono, “il non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato”. 

La sfida in questo strano capodanno, senza botti e senza champagne, è scovare il bene nella solitudine di una non festa, tra le pieghe dell’adesso e dell’oggi, dell’ormai è deciso, dell’è così, del questa è la mia vita, del ricominciamo.

Le parole inutili

Lo so che non dovrei prendermela così. Lo so.
Ma io stasera ne voglio parlare.
Oggi è il giorno della scena dei 5 stelle che si tolgono le giacche e le cravatte in Senato, platealmente; di Grillo che chiede, inutilmente, a Napolitano di fare qualcosa, di sciogliere questo Parlamento inutile che sorregge questo Governo inutile, per esempio; dei berlusconiani che urlano come aquile allo scandalo e il Parlamento, grazie al PdL e al PD spaccato, aggettivo ormai consueto, che si sospende per assecondarli. Mentre Bersani, l’altro ieri, Mr fallimento che ha ancora i microfoni e i bersaniani a disposizione, può dire, impunemente, “son mica matto” riferendosi ad uno dei suoi tanti inganni.
I furbi che se la ridono, che pensano di essere simpatici.
Ecco. Mi sembra che lo schifo, da sempre caratterizzante questa avventura cominciata da quei famosi 101, sia diventato vergogna, infamia, onta, oltraggio.
Quando mi trovo davanti a situazioni insopportabilmente dolorose, che non riesco a gestire, da cui non so trovare la via di fuga, provo, con molto sforzo, a contemplarle dall’alto; da lì appaiono meno mie, e soprattutto rivelano in maniera ancora più lampante la loro carica irrazionale, surreale, nonché la mediocrità e la scompostezza dei protagonisti, coloro che tanto si affannano a difendere a tutti i costi il loro piccolo tutto che niente è agli occhi del cielo, che dal canto suo sovrasta silente l’ignominia di ciascuno di questi, tanti, piccoli protagonisti.
Io vorrei che vi ingegnaste. Voi, i dissidenti, gli astenuti e i fuoriusciti, che vi ingegnaste voi che avete questo compito e avete delle teste pensanti, in modo da trovare un modo per dire BASTA.
Trovate il modo di disinnescare questo schifo e soprattutto trovate il modo per denunciarlo con forza. La forza dei fatti e delle parole che denunciano i fatti.
Oggi non si può fare finta di niente, ancora.
È grave, ciò che è successo oggi.
Eppure mi sembra che non lo sia mai abbastanza.

La solitudine dei superstiti

CUCCHI: SORELLA, NON MI ARRENDO, GIUSTIZIA INGIUSTA

 

 

Sopravvivere è forse a volte più dura che morire.

Sono qui,

superstite di indicibile perdita

strappatami a morsi da nomi e cognomi,

questuando giustizia

e ammissione di fatti

sepolti per sempre

negli abissi del cuore umano.

C’è una folla di saggi

e di presidenti

e di deputati

e finanche di difensori della giustizia

e c’è la televisione

e tante persone per bene

e sono pure dalla mia parte

eppure sola sono e sola mi sento

perché mi manca la parte più importante

sola sono e sola mi sento

senza una carezza di consolazione nelle mani

senza una parola da pronunciare ad alta voce

e da lanciare al cielo

per dire: hai ragione,

una parola da lanciare al cielo

per alleggerire le mie mani annodate

da questo presente infinito

archiviato

nello stesso incartamento incartapecorito

di tanto e cotanto passato.

 

Dedicato a Ilaria e Stefano Cucchi.

 

Silenzio

If i could only see straight
I wouldn’t be lonley these days
I’d drag my body out of this place

Riempio di note ottimiste il silenzio irreale di questo lungo pomeriggio uggioso

in cielo si aprono squarci di azzurro e le rondini strillano senza posa

basta concentrarsi su questo

il silenzio la musica il cielo che si muove

per non vedere.

Immensi, arditi, insolenti

echi

senza incertezze senza inciampi senza strappi mal rattoppati.