Ricordati di ricordare

Quanto sono ferme le mucche

e gli alberi e i muretti a secco

e la terra dissetata e ridente

verde e sazia di tempo.

Pare che tutto attenda

tenendo a freno il respiro

che la dolce stagione mi soggioghi

mentre a casa m’incammino.

Che mi attardi e mi impigrisca

nel viluppo delle contrade

armonioso come questo novembre

che a tratti simula e riecheggia l’estate.

Che ancora indugi e mi soffermi

che pur vagando pur vagheggi

quella bellezza attonita e infinita

quello zappettìo lieve,

li stringo ancor oggi tra le dita.

Finis Terrae

A livello psichico per la fluidità del sentimento siamo acqua mentre ciò che chiamiamo ragione è paragonabile ad una piccola isola circondata dalla ben più vasta dimensione del sentimento nella quale si intrecciano emotività, pulsioni, fobie, passioni, istinto, inconscio e tutte le altre peculiarità che nel loro insieme costituiscono il peso specifico di ogni essere umano. (V. Mancuso, Il principio passione)

Uno scoglio lanciato verso l’Atlantico

e non molto di più

un luogo metaforico

l’ultima terra ferma prima di lanciarsi verso l’ignoto,

l’infinito spazio liquido

mai quieto.

All’incontrario

vai cercando l’approdo

l’incipit terrae

il porto placido

per scrollarti il sale di dosso

fare una piroetta e cascare giù

salva

sulla terra

ferma

e con le mani la tieni ferma anche tu

come il profumo del caffè dall’altra stanza

la terra profuma di casa

vorresti tanto rimanerci un pò

mentre gli anni ti saltano addosso

e ad un certo punto non li conti più

come a belve affamate offri loro in pasto

le tue conchiglie

e i tuoi inutili orecchini blu.

 Il tasso di disoccupazione all’interno delle carceri è del 96,55% e il tasso di recidiva oscilla tra il 70 % e il 90%, eppure tra i detenuti che seguono percorsi di inserimento lavorativo all’interno di imprese sociali, la recidiva scende all’1-2%. Senza creare lavoro, viene meno il dettame costituzionale sulla natura rieducativa della pena.

http://www.europaquotidiano.it/2013/10/15/carceri-il-sistema-inglese-puo-insegnare/

Passioni

 

Tuffo

emersione

il suono ritmato delle bracciate

nel silenzio marino,

il mio corpo avvolto dall’acqua tiepida

limpida, trasparente.

Il primo pensiero è un’esplosione di godimento

penso, sono e voglio all’unisono.

Respiro mentre nuoto

insieme alle onde

il  loro movimento è il mio

e  i miei occhi

a tratti inondati dall’acqua

sono oblò cui si affacciano decine di pesci.

Raggiungo una riva

e poi l’altra

e indugio sullo scoglio

alla fine

per rientrare

salgo ma ondeggio

e mi volto

e torno a tuffarmi.

Ancora e ancora.

Proprio come un amante docile

e di cui non si ha mai abbastanza

come della vita, pur avara,

del suo prendere dare bastonare

nel mare oggi tornavo e ritornavo

e mai mi saziavo

mordevo bevevo respiravo guardavo

eppure a casa son tornata sì ubriaca

e sempre affamata.

Oggetti

Sonnecchiando nel treno del ritorno senza riuscire a farlo del tutto

arrovellata su groppi di pensieri che mi rigiravo tra le dita

mettevo in pratica la mia scappatoia dal presente

-troppo treno troppe fermate troppa fame troppo sonno-

visualizzando il primo futuro gradevole a portata di mano:

aprire la porta di casa.

Casa in penombra

visibilmente segnata dal trambusto del treno preso presto al mattino

oggetti sparsi

fuori posto

dappertutto

eppure in mia attesa.

Il valore evocativo degli oggetti.

Essi parlano del presente del passato e del futuro

con una sintesi fulminante

che coniuga la componente affettiva con quella strumentale.

In assenza del proprietario

gli oggetti cessano di essere tali

divengono aggettivi,

parole anima

attributo dell’assente.

Gli occhiali lasciati sul tavolo

sul fascio di compiti,

la bici inclinata

che si arrugginisce di noia,

la scatola di aghi e cotoni

chiusa in un angolo dell’ultimo cassetto,

il libro stropicciato di Delfini sotto quello corposo di Richler

sotto la Nivea sul comodino,

il filo aggrovigliato dell’auricolare

perduto chissà in quale altrove.

Tutti parlano di noi in nostra assenza

e appena apriamo la porta ammutoliscono

e smettono

di fare compagnia.

Lolita

Ci pensavo da anni

era nella mia lista dei desideri da tempo

eppure il suo momento non era ancora arrivato,

chissà perché.

E chissà perché il suo momento è stato oggi,

oggi è stato depositato nella mia libreria personale,

sul quarto scaffale.

E’ che a volte io vado a colpo sicuro

come se avessi una qualche certezza dentro di me

come se avessi davanti un qualche progetto definito da eseguire senza indugi.

Sono uscita all’improvviso senza averlo nemmeno pensato

sono scesa in strada e sorridevo come se non avessi rimuginato ore

su mille cose poco illuminate

e camminavo sbirciando il cane che davanti a me

guardava passare le macchine con un’attenzione inusitata,

una curiosità umana,

dritta verso la libreria

come se fossi uscita apposta per questo

dritta verso un determinato libro

come se l’avessi premeditato.

Solo dopo averlo fatto

ho ricordato che si trattava di una vecchia abitudine

adottata nella mia casa precedente,

molto più vicina peraltro alla libreria,

libro medicina infallibile

magico unguento lenitivo.

Quale settembre

Abbandonare la vicinanza del cielo e della terra

del legno, dell’acqua, della roccia.

La libertà di essere dentro la natura.

La percezione di essere io la natura

una pietra molle pensante e inquieta

un tempo ubicata sotto i mari,

in cima alle montagne,

prima che vi emergessero.

Girare la pagina delle foto e tuffarsi nelle cose che costano fatica,

quella fatica dove alla fine non c’è la carezza del vento,

la vertigine del panorama, la frescura del bosco e dell’acqua cristallina.

Riabituarsi alla polvere e al cemento

come se vi si fosse nati,

come un luogo a cui si fosse predestinati

senza appello.

E ripetersi che non è così.

E avere pur davanti polvere fatica cemento ferraglia,

marciapiedi su cui marciare senza posa

e treni su

e treni giù.

Eppure questo settembre è diverso da tutti.

E’ il settembre dell’assunzione

del lavoro con tanti diritti in meno di un tempo

e tanti doveri in più di un tempo.

Ma è il settembre del lavoro,

finalmente senza scadenze.

E’ il settembre della gratitudine.

E’ il settembre della svolta

del giro di boa

del non sentirsi più fuori

pur essendo comunque l’ultima della fila,

ripescata al volo dal fluire incomprensibile della vita,

un pesce fuor d’acqua, in fin dei conti,

che adesso deve imparare a respirare l’aria.

Il settembre dell’allora anch’io.

Il settembre del salto.

Il settembre della felicità e della paura insieme.

Paura che la felicità non duri e già non dura

è tutta paura,

paura di quando il vetro si appannerà

e chi si specchierà dentro sarò sempre io.