Ogni cosa al suo posto

A volte ci vogliono anni a volte mesi

cinque mesi

o forse undici anni

anzi venticinque

o forse ancora tutta la vita

per capire

e sistemare tutto.

Che ruota gigantesca!

Ruota e tracima

fango e bellezza.

Ma tant’è.

C’era bisogno di essere

lucidi e inconsapevoli

c’era bisogno di non correre

o rincorrere

né credere

ma diffidare

per capire come ballare

e saltando

ancora e ancora

fino a perderci il fiato

sistemare

per bene

a furia di calci

ogni cosa al suo stupido posto.

E non pensarci più.

Ricordati di ricordare

Quanto sono ferme le mucche

e gli alberi e i muretti a secco

e la terra dissetata e ridente

verde e sazia di tempo.

Pare che tutto attenda

tenendo a freno il respiro

che la dolce stagione mi soggioghi

mentre a casa m’incammino.

Che mi attardi e mi impigrisca

nel viluppo delle contrade

armonioso come questo novembre

che a tratti simula e riecheggia l’estate.

Che ancora indugi e mi soffermi

che pur vagando pur vagheggi

quella bellezza attonita e infinita

quello zappettìo lieve,

li stringo ancor oggi tra le dita.

Ergo

La grandezza dell’arte vera consiste nel ritrovare, nel riafferrare, nel farci conoscere quella realtà da cui viviamo lontani, da cui ci scostiamo sempre più via via che acquista maggiore spessore e impermeabilità la conoscenza convenzionale che le sostituiamo: quella realtà che noi rischieremmo di morire senza aver conosciuta, e che è semplicemente la nostra vita. La vita vera, la vita finalmente scoperta e tratta alla luce, la sola vita quindi realmente vissuta, quella che in un certo senso, dimora in ogni momento in tutti gli uomini altrettanto che nell’artista. Ma essi non la vedono perché non cercano di chiarirla. E così il loro passato è ingombro di innumerevoli lastre fotografiche, che rimangono inutili perché l’intelligenza non le ha sviluppate […] Il lavoro dell’artista, volto a cercar di scorgere sotto una certa materia, sotto una certa esperienza, sotto certe parole, qualcos’altro, è esattamente inverso a quello che, in ogni istante, allorché viviamo stornati da noi stessi l’orgoglio, la passione, l’intelligenza, e anche l’abitudine, compiono in noi, ammassando sopra le nostre genuine impressioni, per nascondercele, le nomenclature, gli scopi pratici, cui diamo erroneamente il nome di ‘vita’. Insomma, quest’arte così complessa è davvero la sola arte viva. (Il tempo ritrovato, M. Proust)

Sulle spalle di Proust

arguisco

e mi elevo.

La percezione delle cose

della bellezza

di tutto ciò che è sgradevole

oscuro e complicato

e che tanto imbroglia le nostre vite

la capacità di rischiarare con una frase

una pennellata

quell’oscuro quel complicato

quello sgradevole

quella bellezza

è compito di una grande sensibilità.

È questo essere artisti:

tirare fuori una forma da queste tonnellate di realtà e immaginazione

viscide e informi

che ci stendono

e ingabbiano

senza fine.

E io qui

senza fine

a cercare e cercare e cercare

le parole giuste.

Capo d’anno

…sentire dentro di sé il dolore che attraversa come una freccia la natura e ripetere con il poeta “spesso il male di vivere ho incontrato”.

(Vito Mancuso, Il principio passione)

Questo libro arriva come una lettera dal cielo, qualcuno ha sentito la mia fame d’amore inesplicabile, immersa nel mistero imperscrutabile e doloroso del mondo, e me l’ha messo davanti un pomeriggio in cui vagavo distratta in libreria.

Mancuso si chiede, ed io con lui, se tutto questo dolore di cui ogni cosa è intrisa renda ancora il mondo degno di amore, se l’amore, dunque, sia in sintonia con il mondo che ci circonda; sia chiaro, non la percezione che ne ho oggi che sono allegra o domani che invece sono afflitta, ma il mondo come realtà oggettiva, fatta di assurdo e di bellezza, di cui tutti gli esseri senzienti hanno una conoscenza diretta.

E la tesi di Mancuso è che questo sentimento, l’amore, dunque, porti a compimento la logica, sempre spiazzante, del mondo.

Per questo vale la pena leggerlo.

Vale la pena leggerlo adesso perché l’esperienza del vivere, lezione mai appresa fino in fondo che ci porta ad assaggiare il dolore sottile o travolgente nascosto in ogni cosa, si rivela in maniera particolarmente acuta in questi giorni che la bella stagione si allontana sempre più e il tempo libero con lei, e gli occhi, prima immersi nell’aria e nella luce, si incupiscono e illanguidiscono.

In questa microstagione, ancora più intermedia di quanto non lo sia l’autunno – quando l’estate è andata via ma l’autunno non ha ancora fatto irruzione in maniera plateale, prima che si sparga dappertutto il profumo consolatorio delle castagne – sembra che qualcosa di irrecuperabile stiamo perdendo, quasi fosse il nostro modo più autentico di vivere, quello in cui non dobbiamo vestirci dei panni dei nostri ruoli ufficiali e ancora, per un po’, continuiamo a corrergli dietro, ma non abbiamo più l’aspetto, la forza, il tempo, per farlo.

E non è facile trovare il bene quando le cose cambiano. Migliore appare sempre il passato, il perduto, il lasciato, il fatto o non fatto, comunque l’inafferrato non sempre perché fosse inafferrabile ma perché non abbiamo saputo acchiapparlo per tempo, ma tant’è: tutto ciò appare come un nirvana irraggiungibile, ciò che per il buddismo e l’induismo è il trascendente, dove l’essere e il bene coincidono, “il non-nato, non-divenuto, non-creato, non-formato”. 

La sfida in questo strano capodanno, senza botti e senza champagne, è scovare il bene nella solitudine di una non festa, tra le pieghe dell’adesso e dell’oggi, dell’ormai è deciso, dell’è così, del questa è la mia vita, del ricominciamo.

La casa del sonno

Imbastisco le ore notturne lacerate dal caldo

e dai rumori della città

mi giro e mi rigiro e ripesco l’incoscienza

ancora e ancora

che mi salvi un altro po’.

Mi sveglio come una sopravvissuta

e finisce per non convincermi niente

di ciò che mi si apparecchia davanti

tranne il mio caffè

men che meno me,

fascio di pieghe di spigoli e di curve

pur parsa bellezza irresistibile

pensando a te.

Elogio dell’attesa

Quanto sono ferme le mucche

e gli alberi

e i muretti a secco

e la terra dissetata

e ridente

verde di gioia.

L’aria ferma

in attesa

mentre il mondo sensibile irrompe nei miei occhi

e i miei occhi

riflettono il sole umido di novembre

il tepore di una stagione dolciastra

che si attarda e si impigrisce

tra queste contrade

spingendo in là

l’aria pungente e tersa dell’inverno

che attende

ancora un pò.

E io

pure attendo

eppure vago

e vagheggio

questa bellezza continua

sottofondo dei miei passi

a un passo da me.