Altrove

Why sing about death
When I just almost died
Why sing about life
When I’m still alive
Why sing about God
When she don’t exist
Why sing about love
If it’s just a twist
Why hope for good news
When it just strings you alone
Why hope for the best
When the worst just makes you strong
Makes you strong
Oh, it makes you strong
It makes you strong
Why long for the east coast
When you’re on the west
Why long for peace
While I beat my chest
Why long for fame
When it’s tried and it’s grotesque
Why long for home
When there’s none of it left
Why hope for the past
When you’re outside of time
Why hope for salvation
When you’re still in your prime
You’re in your prime
Oh, you’re in your prime
Yeah, you’re in your prime
Why sing about the dark
Sing about the light
When you know you’re never gone
Never leave your sight
Why sing about your sorrows
Song to a start
Why sing about your solitude
You were never really alone
Why sing about the questions
Questions that you have
No matter the answer
You’re always gonna ask

(Will Stratton)

 

Altrove le carezze, altrove le certezze

davanti alla muta assenza ci parlano di speranze

di attese, di credenze

mentre io sto ancora imparando

a non distogliere lo sguardo quando mi guardi

perché l’ho disimparato a furia di dimenticarti.

Mordendo e fuggendo

voglio vivere e vivere

da sola e nel mezzo

dentro un furioso fermento

accelerata e  fiacca

tum tum tum

un contapassi fallito

che più nè mi accompagna.

 

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Cercandoti

 

Il pendolo appeso al diaframma

su e giù come un elastico

non mi lascia respirare

immoto e muto

come un gatto in agguato

teso e raggomitolato.

Scartabello i miei pensieri

e lì ti ritrovo

un sapore inconfondibilmente amaro

amato

appiccicato

come un ricordo

un postit al frigo

un magnete impolverato

eppure un sapore

sei.

Non lo posso descrivere

solo sentire o pensare o forse ricordare

non sulla lingua nè sul palato

ma al centro

di circonferenze

mille cerchi che mi cercano

che mi ottundono psichedelicamente

marcano il prima e l’adesso,

me.

 

La cura

Satellite’s gone
up to the skies
Thing like that drive me
out of my mind (L. Reed)

Conservo un nome

un sostantivo breve

quasi un diminuitivo

pronunciato per caso

in un breve racconto

consegnatomi una notte:

così venivi chiamato.

Come un amuleto stretto nella mano

mi accompagna ovunque

come un satellite lo seguo

non lo perdo di vista

mi parla della tua assenza

lunga quattro lustri,

tutta la mia vita.

La cura di questa assenza

e di tutte quelle che mi sono care

la ottempero con diligenza e dedizione

stringendo seguendo ricordando

per conservare

tirante, fune

per non vacillare

pietra filosofale

oro in gola per scaldare

la voce prima di urlare.

Oggetti

Sonnecchiando nel treno del ritorno

senza riuscire a farlo del tutto

arrovellata su groppi di pensieri

ruvide lische tra le dita

mettevo in pratica la mia scappatoia da troppo presente

-troppo treno, troppe fermate, troppa fame, troppo sonno-

visualizzando il primo futuro gradevole a portata di mano:

aprire la porta di casa.

Casa in penombra

visibilmente segnata dal trambusto

del treno preso presto al mattino

oggetti sparsi, fuori posto

eppure in mia attesa.

Il valore evocativo degli oggetti.

Essi parlano del presente del passato e del futuro

con una sintesi fulminante

che coniuga la componente affettiva con quella strumentale.

In assenza del proprietario

gli oggetti cessano di essere tali

divengono aggettivi,

parole anima

attributo dell’assente.

Gli occhiali spenti, in bilico su carte sparpagliate

la bici immusonita nell’angolo del balcone

la scatola di aghi e cotoni, dormiente nel cassetto del comò

il libro stropicciato di Delfini sotto quello corposo di Richler

impilati e asfissiati

sotto la Nivea, sul comodino

il filo aggrovigliato dell’auricolare

che occhieggia chissà da quale destino.

Tutti parlano di noi in nostra assenza

e appena apriamo la porta ammutoliscono

e smettono

di fare compagnia.

Gestione dell’assenza

Qualcuno mi protegga
da quello che desidero
o almeno mi liberi
da quello che vorrei
Dall’obbedienza e dal timore
e dalla viltà
guadagnar la libertà
dalla clandestinità .

(V. Capossela)

Ci sono momenti che ti colgono di sorpresa

cammini per strada e incroci uno sguardo

una somiglianza

la nostalgia ti prende in braccio

ti scaraventa per aria

per quanto cerchi in capo al mondo

quel viso che si è acceso nella testa

non lo avrai più accanto

e riprendi il passo

è passato appena un secondo

nascondi i pensieri per bene

sotto l’asfalto.