Rewind

La vita senza limiti e confini

paura di essere così felici

(C. Donà)

Arrivi

ecco che arrivi

e l’aria si tinge e l’aria si spalma

come la tua forza sulle mie ossa

la mia è sul tasto rewind

 

e sull’acceleratore verso il mare

giù ad urlare

 

per andarmi a guardare

quando mi sono messa a dormire

e ho dimenticato di respirare.

Espiga y deseo

 

Donde nos llevó la imaginación, 
donde con los ojos cerrados 
se divisan infinitos campos. 
Donde se creó la primera luz 
junto a la semilla de cielo azul 
volveré a ese lugar donde nací.

(A. Vega)

 

Le spighe e il vento che no, non le molla

rullo martello frusta e un fruscìo le rimesta

il terrazzo ruvido e grigio e noi

che ci nascondiamo

dal cielo e le nuvole cadenti e l’orizzonte infuocato

parliamo di oggi e di ieri

lo specchio ed io ci guardiamo

cosa sia meglio o sia peggio

l’aria o il fuoco, glamourous baby,

le faville che si dileguano

la voce che inciampa

dieci minuti o sessanta.

Io non ho paura

One year just turned into five
Night came and then it was gone
How did you get so strong

Dicono di me.

Il mio alunno figo, cappellino, sguardo ammaliatore, mille ragazze che stridono intorno, zero voglia di studiare.

Dice di me. Che io sono un boss

“sì, uno di quelli napoletani”, sì perché io, “lei prof, non ha paura di niente”.

Vuoi dire che non ho paura di metterti in riga, piccolo moccioso, e di non farti passare niente.

No, non ho paura. È vero. Ho imparato a non averne, a gridare più forte e a non fare finta di niente. O almeno, più forte dell’arsura che mi secca le vene è il rigore e la ragione che mi regge in piedi, come un palo infilzato nella schiena, io non mi piego al non vedere, al non prendere posizione, anche quando tutto trema e sfugge e voglio scapparmene via. Io devo essere la Legge, la Verità, non per me ma per i piccoli, smarriti senz’altro più di me.

Io non ho paura perché sono nel giusto. E il giusto è una stretta linea rossa, infestata di mine, salta in aria tutto ad ogni passo; bisogna imparare a saltellare come giocando alla campana o a farsi fare a pezzi senza dargliela vinta. Mai dargliela vinta, mai abbassare lo sguardo, mai arrendersi alla sconfitta. Dentro un puzzle di vetri ma fuori uno specchio luminescente.

Le regole esistono ed io sono stata investita da uno stupido spirito istituzionale – di cui il Ministero stesso se ne fotte – ma che io rispetto alla lettera. Le regole. E non ho paura del piccolo maleducato nè di affrontare suo padre che viene a chiedermi conto dell’ammonizione scritta; io lì, io che non ho paura, io col fiatone, con la tremarella, io che penso di aver sbagliato qualcosa, io invece ingoio il mio fiato e gli spiffero in faccia che io difendo la Scuola e il mio piccolo ruolo. Perché nella mia classe la Scuola c’è. Noi facciamo lo stesso lavoro, caro papino, aiutami invece di regalare cellulari da 600 euro.

Io non ho paura, no. E a costo di non averne, tremando e soffrendo, e buttando il cuore oltre il muretto della disfatta, sono pronta a rialzarmi come se nulla fosse, nemmeno mi scuoto la polvere dalle ginocchia, nemmeno mi asciugo i graffi e le ferite. Guardo diritto, come se avessi la vittoria in pugno e invece ho soltanto sudore, la paura mi innerva le gambe eppure mi eleva. Che mica sono i tacchi.

Elogio dell’attesa

Quanto sono ferme le mucche

e gli alberi

e i muretti a secco

e la terra dissetata

e ridente

verde di gioia.

L’aria ferma

in attesa

mentre il mondo sensibile irrompe nei miei occhi

e i miei occhi

riflettono il sole umido di novembre

il tepore di una stagione dolciastra

che si attarda e si impigrisce

tra queste contrade

spingendo in là

l’aria pungente e tersa dell’inverno

che attende

ancora un pò.

E io

pure attendo

eppure vago

e vagheggio

questa bellezza continua

sottofondo dei miei passi

a un passo da me.

Quale settembre

Abbandonare la vicinanza del cielo e della terra

del legno, dell’acqua, della roccia.

La libertà di essere dentro la natura.

La percezione di essere io la natura

una pietra molle pensante e inquieta

un tempo ubicata sotto i mari,

in cima alle montagne,

prima che vi emergessero.

Girare la pagina delle foto e tuffarsi nelle cose che costano fatica,

quella fatica dove alla fine non c’è la carezza del vento,

la vertigine del panorama, la frescura del bosco e dell’acqua cristallina.

Riabituarsi alla polvere e al cemento

come se vi si fosse nati,

come un luogo a cui si fosse predestinati

senza appello.

E ripetersi che non è così.

E avere pur davanti polvere fatica cemento ferraglia,

marciapiedi su cui marciare senza posa

e treni su

e treni giù.

Eppure questo settembre è diverso da tutti.

E’ il settembre dell’assunzione

del lavoro con tanti diritti in meno di un tempo

e tanti doveri in più di un tempo.

Ma è il settembre del lavoro,

finalmente senza scadenze.

E’ il settembre della gratitudine.

E’ il settembre della svolta

del giro di boa

del non sentirsi più fuori

pur essendo comunque l’ultima della fila,

ripescata al volo dal fluire incomprensibile della vita,

un pesce fuor d’acqua, in fin dei conti,

che adesso deve imparare a respirare l’aria.

Il settembre dell’allora anch’io.

Il settembre del salto.

Il settembre della felicità e della paura insieme.

Paura che la felicità non duri e già non dura

è tutta paura,

paura di quando il vetro si appannerà

e chi si specchierà dentro sarò sempre io.