Antonello

Ho passato un giorno intero a non lasciarlo andare

non lasciar cadere il ricordo

non lasciare che schizzasse tutta l’acqua intorno.

Ma il tuo viso il tuo modo di parlare

i tuoi occhi le tue risate

pomeriggi di brevi incontri luci di compleanni

oscurità di concerti di film e di viaggi notturni

sono qui

schegge, ricordi

annodano tremanti

e trafiggono incendiano

le mie mani assenti.

Rumore di fondo

Mentre parlo e canto e dico

il mondo cammina e si muove

e si sposta rumorosamente

ticchettìi passi gorgoglìi

voci e grida

il mondo gira e noi

non ci incontriamo più.

Ma se potessi vedermi

e osservarmi

non con la severità dello specchio

non con la velocità con cui appendo il mio viso sulla rete

ma dall’altra parte

dal balcone di fronte

apprezzerei ciò che sono

mentre tutto mi gira intorno

ed io cerco di non pensarci troppo su.

Vorrei guardarmi mentre interrogo il terreno muto dei miei tulipani

ormai dimentichi di se stessi sotto centimetri di terra

mentre stendo il pigiama e mi accorgo che il geranio cresce a dismisura

e allora mi avvicino e tolgo le foglie secche

e riprendo a stendere le lenzuola

e l’occhio cade sui germogli di gelsomini

fermi nel loro sbocciare da settimane

e allora mollo il calzino e aggiungo dell’acqua

e vorrei osservare la mia sorpresa al vedere quel cespuglietto di rucola

spuntato dal nulla

portato da chissà dove

regalo del vento o di qualche uccellino

avrei voluto vedere posarsi quei semi leggeri

avrei voluto assistere al loro volo

alla traiettoria che li ha portati qui.

E avrei voluto essere stata capace

tra migliaia di cose e pensieri affollati

tra le mie mani e nella mia testa

e tutt’intorno

di ascoltare

oltre tutto questo rumore di fondo

ciò che le tue labbra mi stavano dicendo.

O forse non dicevano

forse sorridevano

o accennavano.

Passioni

 

Tuffo

emersione

il suono ritmato delle bracciate

nel silenzio marino,

il mio corpo avvolto dall’acqua tiepida

limpida, trasparente.

Il primo pensiero è un’esplosione di godimento

penso, sono e voglio all’unisono.

Respiro mentre nuoto

insieme alle onde

il  loro movimento è il mio

e  i miei occhi

a tratti inondati dall’acqua

sono oblò cui si affacciano decine di pesci.

Raggiungo una riva

e poi l’altra

e indugio sullo scoglio

alla fine

per rientrare

salgo ma ondeggio

e mi volto

e torno a tuffarmi.

Ancora e ancora.

Proprio come un amante docile

e di cui non si ha mai abbastanza

come della vita, pur avara,

del suo prendere dare bastonare

nel mare oggi tornavo e ritornavo

e mai mi saziavo

mordevo bevevo respiravo guardavo

eppure a casa son tornata sì ubriaca

e sempre affamata.

Non è un problema mio

Guarda che non sono io quello che stai cercando 
Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo 
Quello che ti perdona e ti capisce 
Che non ti lascia sola, e che non ti tradisce 

Guarda che non sono io quello seduto accanto 
Che ti prende la mano e che ti asciuga il pianto (F. De Gregori)

turk

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io, Gezi Park

piazza Taksim

l’Italia

il mondo intero.

Contro.

Contro chi ci vuole fregare.

E non c’è altro da fare

stasera

che protestare.

Ammesso che serva

a prendere quel getto d’acqua in faccia ci sono anch’io

io

mentre tutt’intorno brulica

di mani in pasta

e bla bla bla.

Gezi Park

Piazza Taksim

il mondo intero

l’Italia

io

tentativi di far girare all’incontrario

contro

chi vuol far girare sempre le cose

nello stesso modo.

Minimal projects

Attendere fiduciosa che la mia gardenia torni a fiorire

e che ancora e ancora e ancora

tutte le tue parole e tutti i tuoi sguardi continuino a rimanermi attaccati

sulla pelle

lustri, come baci disegnati a inchiostro di china

certi, come il sonno sugli occhi dopo troppa veglia

e troppa rabbia, delusione, indignazione.

Che l’auto nella notte e il tuo parlare piano continuino a fluire

che la tua vicinanza che mi culla continui a bastarmi

senza toccarmi

che continui ad accarezzare leggera il mio essere al mondo

io, con questo scafandro bucato

che sempre mi ci annego

ché anche un torrente dà troppi schiaffi.

Quale settembre

Abbandonare la vicinanza del cielo e della terra

del legno, dell’acqua, della roccia.

La libertà di essere dentro la natura.

La percezione di essere io la natura

una pietra molle pensante e inquieta

un tempo ubicata sotto i mari,

in cima alle montagne,

prima che vi emergessero.

Girare la pagina delle foto e tuffarsi nelle cose che costano fatica,

quella fatica dove alla fine non c’è la carezza del vento,

la vertigine del panorama, la frescura del bosco e dell’acqua cristallina.

Riabituarsi alla polvere e al cemento

come se vi si fosse nati,

come un luogo a cui si fosse predestinati

senza appello.

E ripetersi che non è così.

E avere pur davanti polvere fatica cemento ferraglia,

marciapiedi su cui marciare senza posa

e treni su

e treni giù.

Eppure questo settembre è diverso da tutti.

E’ il settembre dell’assunzione

del lavoro con tanti diritti in meno di un tempo

e tanti doveri in più di un tempo.

Ma è il settembre del lavoro,

finalmente senza scadenze.

E’ il settembre della gratitudine.

E’ il settembre della svolta

del giro di boa

del non sentirsi più fuori

pur essendo comunque l’ultima della fila,

ripescata al volo dal fluire incomprensibile della vita,

un pesce fuor d’acqua, in fin dei conti,

che adesso deve imparare a respirare l’aria.

Il settembre dell’allora anch’io.

Il settembre del salto.

Il settembre della felicità e della paura insieme.

Paura che la felicità non duri e già non dura

è tutta paura,

paura di quando il vetro si appannerà

e chi si specchierà dentro sarò sempre io.