Oggetti


Sonnecchiando nel treno del ritorno

senza riuscire a farlo del tutto

arrovellata su groppi di pensieri

ruvide lische tra le dita

mettevo in pratica la mia scappatoia da troppo presente

-troppo treno, troppe fermate, troppa fame, troppo sonno-

visualizzando il primo futuro gradevole a portata di mano:

aprire la porta di casa.

Casa in penombra

visibilmente segnata dal trambusto

del treno preso presto al mattino

oggetti sparsi, fuori posto

eppure in mia attesa.

Il valore evocativo degli oggetti.

Essi parlano del presente del passato e del futuro

con una sintesi fulminante

che coniuga la componente affettiva con quella strumentale.

In assenza del proprietario

gli oggetti cessano di essere tali

divengono aggettivi,

parole anima

attributo dell’assente.

Gli occhiali spenti, in bilico su carte sparpagliate

la bici immusonita nell’angolo del balcone

la scatola di aghi e cotoni, dormiente nel cassetto del comò

il libro stropicciato di Delfini sotto quello corposo di Richler

impilati e asfissiati

sotto la Nivea, sul comodino

il filo aggrovigliato dell’auricolare

che occhieggia chissà da quale destino.

Tutti parlano di noi in nostra assenza

e appena apriamo la porta ammutoliscono

e smettono

di fare compagnia.

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